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16 dicembre, 2008

piccoli comuni si innovano con difficoltà


I segretari comunali usano internet e il pc come normale strumento di lavoro e si dichiarano disponibili alla piena sostituibilità del cartaceo con il digitale, ma restano perplessi riguardo la conservazione sostitutiva dei dati.
E' quanto emerge dalla Ricerca Lem - Livelli minimi di e-government negli Enti Locali, condotta dalla scuola superiore della pubblica amministrazione locale (Sspal) e presentata oggi a Roma.
Il rapporto - attraverso la distribuzione di questionari a 169 segretari di Comuni con popolazione fino a 15 mila abitanti - ha l'obiettivo di evidenziare il livello di innovazione tecnologica nella pubblica amministrazione.
Nonostante l'uso del pc sia ormai diffuso nelle amministrazioni locali, secondo la ricerca Sspal la competenza informatica è stata acquisita da parte dei segretari soprattutto attraverso autoformazione (96%): solo il 27% dichiara infatti di aver partecipato a corsi di formazione organizzati da enti o istituzioni mentre il 12% è ricorso all'offerta di privati.
Non da sottovalutare anche il dato relativo alle funzioni utilizzate della rete internet: il 70% del campione naviga più volte al giorno ma l'uso riguarda prevalentemente la posta elettronica (96%), la consultazione di siti istituzionali (89%) e di database normativi (85%). Stenta invece a decollare l'utilizzo dell'intranet comunale (41%). Ben l'87% del campione si dichiara favorevole alla piena sostituibilità di alcune procedure tradizionali con procedure digitalizzate; ma, rispetto alla conservazione sostitutiva, solo il 33% si dice convinto della sua reale attuabilità.Ancora una volta la dirigenza pubblica mostra tutta la sua difficoltà nell'accettare i processi di innovazione come naturale percorso di riforma e riorganizzazione della PA.

30 ottobre, 2008

Lavoro, tra collocamento e mediazione la selezione prova la strada del decentramento

Il Sole 24 Ore - Guida agli Enti Locali Numero 42 del 25/10/2008 Pagina 3
di Domenico Pennone


La riforma generale del mercato occupazionale sia pubblico che privato poggia sul Dlgs 276/2003 che ha trasferito dalle Regioni alle Province la gestione dei Centri per l'impiego. Il nuovo assetto, più razionale, si avvale anche del Web come strumento per l'offerta di servizi agli utenti. Il ruolo dei privati e della Borsa Lavoro


La Costituzione repubblicana, nel suo primo articolo enuncia: «L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro» e all'articolo 4: «Riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto».
Per rendere concreto quanto affermato nella Costituzione il Legislatore, con la legge 264/1949 regolamentò la materia dell'avviamento e delle modalità di reclutamento dei cittadini in cerca di lavoro.
Nell'immediato dopoguerra vengono istituiti gli uffici di collocamento, che da «Uffici delegati alle associazioni sindacali fasciste» diventano espressione della «funzione pubblica» dell'avviamento al lavoro.
L'ufficio del collocamento nasce dunque per volere costituzionale e col preciso compito di ricevere dalle imprese le richieste di lavoro, garantendo così correttamente (senza discriminazioni o favoritismi) l'assunzione dei lavoratori tramite legittime graduatorie.

DECENTRAMENTO
Negli anni Novanta, seguendo lo sviluppo delle politiche dell'Unione europea, in Italia è stata avviata una lunga riforma dei servizi pubblici per l'impiego che trova il suo fondamento nel decreto legislativo 469/1997 che ha sancito il decentramento a livello locale della gestione dei servizi e la fine del monopolio pubblico del collocamento.
Con l'emanazione del Dlgs n. 469 viene stabilito che la mediazione tra domanda e offerta di lavoro può essere svolta anche da soggetti privati autorizzati dal ministero del Lavoro. L'idea di fondo è quella della sussidiarietà orizzontale, ossia la redistribuzione alla società di funzioni pubbliche che possono essere direttamente dai cittadini. I privati, dunque, dopo quasi cinquant'anni, vengono autorizzati a svolgere l'attività di mediazione o quantomeno, a richiedere l'accreditamento per lo svolgimento dell'attività di ricerca e selezione del personale e di supporto alla ricollocazione professionale. Per tutelare comunque i lavoratori, il Legislatore ha però disposto che, nei confronti dei prestatori di lavoro, tali attività debbano essere esercitate a titolo gratuito e svolte nel rispetto della tutela e della riservatezza evitando inoltre qualsiasi tipo di discriminazione.
Con il successivo Dlgs 297/2002 vengono introdotte importanti misure per agevolare l'incontro fra domanda e offerta di lavoro. Con questo provvedimento si sancisce che le persone in cerca di occupazione e immediatamente disponibili al lavoro devono presentarsi presso i nuovi uffici che si occupano dell'inserimento lavorativo. In questi ultimi, i cosiddetti Centri per l'impiego, oramai non più gestiti dal ministero del Lavoro, si dovrà dichiarare la propria disponibilità a ottenere un lavoro. Agli iscritti vengono offerti in via prioritaria i servizi di sostegno all'inserimento lavorativo (orientamento, proposte di percorsi di formazione professionale, offerte di lavoro, tirocini). Le vecchie liste di collocamento vengono quindi gradualmente sostituite da banche dati aggiornate a disposizione anche delle aziende che ne fanno richiesta.

RIFORMA GENERALE
Questi due provvedimenti hanno anticipato, quanto stabilito dal decreto legislativo 276/2003 che ha finalmente fissato i cardini della riforma generale del mercato del lavoro sia privato che pubblico.
Grazie al decreto legislativo n. 276 le Regioni hanno delegato le funzioni del vecchio collocamento alle Province che, pur con modelli diversi, le esercitano attraverso appunto i nuovi Centri per l'impiego. Con la riforma Biagi si è arrivati infine al pieno superamento del monopolio pubblico del collocamento tramite l'introduzione di Servizi privati per l'impiego: Agenzie per il lavoro e altri operatori autorizzati. L'attività di mediazione tra domanda e offerta di lavoro può essere svolta oggi anche da altri soggetti, appositamente autorizzati, quali le università pubbliche e private, i Comuni, le Camere di commercio, le associazioni di categoria più rappresentative, gli istituti di scuola secondaria di secondo grado.

CENTRI IMPIEGO E INNOVAZIONE
L'attuale assetto dei servizi per l'impiego è dunque il risultato di un percorso di progressiva razionalizzazione e liberalizzazione del settore delle politiche pubbliche per l'occupazione. Questo processo si è sviluppato in parallelo al percorso di riforma dello Stato in senso federalista, ispirato ai principi della semplificazione amministrativa, del decentramento funzionale e della valorizzazione del ruolo delle autonomie locali.
Quella aspirazione originaria di controllo e verifica sulle assunzioni voluta dalla Costituzione e dalla prima legge in materia che risale, come abbiamo visto, all'immediato dopoguerra è comunque ancora elemento ispiratore dei moderni Centri per l'impiego provinciale, che rappresentano il frutto, come abbiamo accennato, di un complesso processo di ammodernamento. Un processo che ha visto, insieme alla volontà di controllo dello Stato previsto dalla norma costituzionale, l'affermarsi sempre con maggiore forza un'azione di decentramento e soprattutto di liberazione del mercato del lavoro.
In ogni caso, i moderni Centri per l'Impiego, previsti dal processo di decentramento di funzioni dal ministero del Lavoro alle Regioni e da queste alle Province in materia di mercato del lavoro, hanno ormai sostituito ovunque i vecchi uffici di collocamento.
Questo percorso è avvenuto in un'epoca di grandi mutamenti tecnologici, che hanno inevitabilmente cambiato tutte le modalità di Pratica con cui il problema dell'inserimento occupazionale viene trattato dalla Pa. Oggi, l'intera organizzazione pubblica o privata che si occupa di reclutamento, selezione, archiviazione, ma anche di aggiornamento del mercato del lavoro è ormai inevitabilmente organizzata su sistemi per la maggior parte elettronici e telematici.
Del resto, già con la riforma Biagi fu stabilito che tutti i servizi pubblici e privati di reclutamento dovevano essere collegati tramite il Sil (Sistema Italia Lavoro). Una rete telematica generale che include il ministero del Lavoro e tutti gli enti previdenziali. Il sistema informativo fu affiancato, come vedremo, dall'istituzione della Borsa del lavoro, una banca dati unica nazionale dei lavoratori attivi e in cerca di occupazione.
I Centri per l'impiego provinciali che si rivolgono non solo a chi è in cerca di lavoro, disoccupati o inoccupati, ma anche a persone occupate che vogliono migliorare la loro condizione lavorativa, rappresentano un terreno ideale per sperimentare forme nuove di uso dell'Ict per la Pubblica amministrazione. In questi anni le Province, soprattutto quelle meridionali, hanno investito ingenti risorse nella creazione di strutture informatiche di supporto all'attività dei Centri per l'Impiego sfruttando in molti casi tutte le opportunità offerte dalle moderne tecnologie e dalla rete universale internet.
I Centri per l'Impiego, che hanno il compito preciso di favorire l'incontro tra la domanda e l'offerta di lavoro, sono attualmente già in grado di mettere a disposizione degli utenti, lavoratori e imprese, servizi gratuiti on line per agevolare i rapporti tra gli uni e gli altri.

RUOLO DEL WEB
Come vedremo in questa «Guida Pratica», nella maggior parte delle Regioni vengono forniti ai disoccupati e ai lavoratori, attraverso internet, servizi amministrativi e informazioni sulle offerte di lavoro sia in ambito locale che provenienti dall'estero.
Persistono ancora problemi per la realizzazione di sistemi che consentano il contatto diretto tra domanda e offerta di lavoro. Difficoltà che i Centri per l'impiego superano offrendosi come mediatori dell'offerta lavoro con sistemi tradizionali di colloqui individuali e di orientamento.
Ma il vero handicap è dovuto alla persistente difficoltà proprio di chi cerca lavoro di accedere alle moderne tecnologie. Tutte le statistiche affermano che nel nostro Paese il digital divide persiste in maniera grave tra le fasce più deboli. I disoccupati e le persone in cerca di prima occupazione, soprattutto quelli non specializzati e con bassi livelli culturali, sono quelli che meno usano la rete.
Questa condizione comporta inevitabilmente due scelte: da un lato, costringe i Centri per l'impiego a procedere col doppio binario fornendo servizi on line per chi utilizza la rete e continuando a offrire in ogni caso servizi diretti, tradizionali di sportello, per chi non ancora la usa. Dall'altro, impone ai governi centrali e locali di studiare interventi che consentano il diffondersi e l'uso d'internet tra i disoccupati attraverso piani di formazione e forme di sostegno economico per l'acquisto di Pc.

18 ottobre, 2008

E-government, da moda a prassi della Pa


Il Sole 24 Ore - Guida agli Enti Locali Numero 41 del 18/10/2008 Pagina 21
Per risolvere il deficit di modernizzazione che ancora caratterizza buona parte degli uffici pubblici occorre sostenere la spinta al cambiamento che accompagna la rivoluzione telematica: adottare una vera governance del sistema pubblico facendo diventare normali strumenti innovativi come il protocollo informatico, la posta elettronica certificata, la firma digitale
di Domenico Pennone


Il processo di modernizzazione dell'apparato burocratico è divenuto ormai una necessità imprescindibile per ridurre la spesa pubblica oltre che per sostenere la competitività del Sistema Italia.
L'innovazione nella Pubblica amministrazione non è solo un problema di sostituzione della penna con il Pc, ma rappresenta un problema di cultura e di riprogettazione dell'intero sistema.
Probabilmente, la stagione delle sperimentazioni è finita, e oggi occorre concretizzare, passare a una nuova fase in cui disegnare davvero la nuova amministrazione fatta di innovazione, di computer, di rete, ma anche di persone che sappiano fare bene il proprio lavoro, capaci di comunicare nella maniera giusta con il cittadino utente. Un'amministrazione capace di offrire una qualità dei servizi adeguata ai tempi, in cui la tecnologia diventa parte di un processo di efficienza e buon andamento che coinvolge tutto il sistema. Un sistema che va dotato anche di indicatori capaci di verificare la qualità del lavoro umano e di premiarlo.

FARE PRESTO
La sensazione più diffusa, però, è che bisogna fare presto e passare in fretta a una vera governance del sistema Pubblica amministrazione facendo diventare prassi strumenti che hanno funzionato. Il protocollo informatico, la posta elettronica certificata, la firma digitale sono da tempo operativi nel nostro Paese e le infrastrutture di rete sono in fase avanzata. Eppure persistono ancora ovunque i doppi canali che vedono sovrapposto spesso, nelle stesse amministrazioni, l'uso delle tecnologie più moderne e della tradizionale carta, con costi che si raddoppiano e conseguente perdita complessiva di efficienza.

DEMATERIALIZZAZIONE
La gestione informatica della mole di documentazione che quotidianamente la Pubblica amministrazione produce rappresenta, dunque, ancora un traguardo da raggiungere per garantire efficacia e trasparenza dell'azione amministrativa e consentire finalmente di abbattere gli sprechi.
In Italia il processo di dematerializzazione, ovvero la trasformazione della documentazione testuale in un formato digitale capace di garantirne la validità e la sicurezza non ha ancora raggiunto un livello accettabile. Negli ultimi quindici anni è stata approvata una normativa molto avanzata sull'uso del documento digitale che, ormai da diversi anni, sancisce il principio della piena legittimità della sostituzione dei documenti cartacei con quelli digitali. Ma il perdurare del ricorso alla stampa e alla duplicazione dei documenti, con una produzione di carta senza controllo, dimostra quanto tale normativa, da sola, non sia sufficiente.
Il processo può dirsi iniziato con l'approvazione, nel 2000, del Testo unico sulla Documentazione amministrativa, il Dpr n. 445, in gran parte assorbito nel Codice della Pa digitale. Il provvedimento definiva il concetto di documento informatico e già rendeva possibile la sua adozione in ogni fase dei procedimenti amministrativi disciplinando le modalità di creazione, trasmissione, protocollazione e infine archiviazione dello stesso.
È però con l'entrata in vigore del Codice della Pa digitale che il tema della dematerializzazione diventa un problema che investe l'intero sistema pubblico, il quale ha ormai l'obbligo di garantire il passaggio dalla carta al digitale e di dematerializzare tutti gli archivi delle amministrazioni.
Il Codice trasforma la possibilità legale della digitalizzazione in vero e proprio obbligo. Col Codice viene sancito un nuovo diritto: il diritto all'uso delle tecnologie quando si ha a che fare con la Pa. Diritto che si realizza attraverso l'accesso e l'invio di documenti digitali.
Questa normativa pone l'Italia in una posizione di avanguardia, ma la risposta delle amministrazioni resta lenta e spesso inefficace. La Pubblica amministrazione ha mostrato proprio su quest'aspetto tutta la sua incapacità strutturale di rinnovarsi. La resistenza della burocrazia al cambiamento connesso all'uso delle tecnologie si è affiancata a una resistenza tutta italiana ad accettare un cambiamento di mentalità.
Per rispondere a questi ritardi l'attuale Governo ha riaffrontato il problema con l'approvazione del Disegno di legge sulla manovra economica dove il tema del Taglio alla carta ritorna con forza.
Sii tratta di ulteriori modifiche al Codice dell'Amministrazione digitale. L'obiettivo è immediatamente dichiarato: l'uso della carta dovrà essere ridotto in maniera drastica entro tre anni periodo entro il quale il documento cartaceo perderà la sua validità legale.

CONNETTIVITÀ PUBBLICA
I provvedimenti adottati e le sperimentazioni in atto rischiano però di fallire se non diventerà pienamente operativa l'infrastruttura che consente lo scambio di informazioni digitali tra le Pubbliche amministrazioni.
ll Sistema Pubblico di Connettività (Spc) è la rete che dovrebbe collegare le amministrazioni pubbliche italiane, consentendo loro di condividere e scambiare dati e risorse informative. Istituito e disciplinato dal Decreto legislativo del 28 febbraio 2005, n. 42, confluito a sua volta nel Codice dell'Amministrazione digitale rappresenta, appunto, l'insieme delle infrastrutture tecnologiche e di regole tecniche per lo sviluppo, la condivisione, l'integrazione e la diffusione del patrimonio informativo e dei dati della Pubblica amministrazione.
Diventato operativo dal primo novembre 2007 l'Spc sostituisce la Rupa - Rete Unitaria della Pubblica Amministrazione (attiva dal 1999) - e può contare, teoricamente, su oltre 16.000 collegamenti ad alta velocità connettendo 58 domini delle amministrazioni centrali e oltre 200 amministrazioni territoriali. L'Spc è affidato al Centro Nazionale per l'Informatica nella Pubblica Amministrazione (Cnipa) e rappresenta oggi la maggiore infrastruttura telematica a livello europeo.
Il sistema dovrebbe permette qualsiasi tipo di comunicazione (dati, fonia e immagini) con elevati standard di sicurezza e l'utilizzo di servizi innovativi come il VoIP, videoconferenze, trasmissioni WiFi, posta elettronica certificata. La realizzazione dell'Spc non ha comportato spesa per investimenti da parte dello Stato ma anzi sono previsti notevoli risparmi grazie al suo utilizzo.
La recente pubblicazione delle regole tecniche e di sicurezza del Sistema pubblico di Connettività e Cooperazione, approvate dopo oltre tre anni dall'istituzione dell'SPC, ha finalmente completato il quadro normativo in materia di digitalizzazione della Pubblica amministrazione italiana. Il nuovo documento attribuisce un importante ruolo alle Regioni e agli Enti locali che dovranno garantire la piena operatività dell'SPC. Anche in questo caso, pero, gli strumenti normativi e tecnici ci sono ma è facile verificare che se da un lato le Amministrazioni centrali sono in larga parte già pronte per la cooperazione in rete, per le realtà territoriali il cammino resta ancora lungo.

WEB PUBBLICO E WEB 2.0
In ogni caso, la macchina amministrativa deve da subito rispondere alle esigenze mutate del Paese e ai bisogni crescenti e diversificati degli utenti. Per fare questo bisogna agire sia sulle infrastrutture materiali ma anche sulla qualità e sui contenuti dei servizi erogati.
Il sito internet di una Pubblica amministrazione è oggi già percepito dai cittadini, nonostante tutto, come una delle principali porte d'accesso ai servizi. Il sito è lo strumento che meglio riesce ad armonizzare e soddisfare le esigenze e le finalità legate alle attività di comunicazione e di informazione istituzionale. La pubblicazione sul web, se correttamente alimentata dalle notizie interne, contribuisce al diffondersi, anche all'interno dell'Ente, di una maggiore e più articolata cultura della comunicazione.
In questi anni sui siti istituzionali è comunque migliorato il numero e la qualità delle informazioni presenti e anche il livello di interattività dei servizi offerti. La quasi totalità dei siti web di Comuni, Province e Regione garantiscono servizi aggiornati di informazione e acquisizione di modulistica. Ancora limitata però la presenza di servizi di inoltro di modulistica e soprattutto dei servizi definiti a piena interattività. Solo il 3% dei Comuni, il 10% delle Province e il 54% delle Regioni, infatti, possono oggi vantare servizi realmente interattivi.
Il conto sul totale delle amministrazioni resta sconfortante: nel 2007 solo il 3,2% garantiva la fornitura di servizi erogati completamente on line.
Ma è soprattutto sull'uso di strumenti capaci di ascoltare e di misurare la soddisfazione degli utenti che la Pubblica amministrazione mostra ancora tutti i suoi limiti.
I cosiddetti sistemi di Customer Relationship Management o meglio ancora di Citizen Relationship Management che potrebbero rilanciare la centralità del cittadino-utente, non più solo semplice e passivo destinatario delle azioni di comunicazione ma utente attivo che ha un suo ruolo, sono lontani dall'essere utilizzati.

Il sistema Spc
Il Sistema Pubblico di Connettività è ora disponibile come infrastruttura che connette le Pubbliche amministrazioni - la più grande in Europa - e occorre ora procedere alla graduale costruzione di quella rete logica che colleghi e renda tra loro interoperabili le Pubbliche amministrazioni, nell'ottica dell'one stop shop. È importante sottolineare come il disegno di Spc sia parte di, e anzi abiliti, una visione federale condivisa del Sistema-Paese. Non a caso, il Governo di Spc è affidato dal Cad alla Commissione di Coordinamento dell'Spc che è un organo paritetico fra Pac e Pat. In tal senso, è da realizzare compiutamente la trasformazione dell'Spc in una rete federale, compatibile con le reti delle Regioni, Province, Comuni, Comunità montane e di altri Enti locali, mettendo in contatto e facendo interoperare tutte le amministrazioni pubbliche del Paese.
L'Spc si pone poi come luogo privilegiato per avviare servizi innovativi nella logica degli shared services e dei web services. L'architettura dei servizi di cooperazione applicativa definita in Spc abilita, infatti, e facilita, questo tipo di servizi ed è disegnata in aderenza agli standard internazionali della Soa (Service Oriented Architecture). Alcuni importanti progetti cooperativi recentemente sviluppati sono già in linea con il modello tra questi si possono ricordare i Progetti Icar e il sistema del lavoro. (Tratto dall'abstract della Relazione al Parlamento sullo stato della Pubblica amministrazione, Anno 2007, del Ministero per la Pa e l'innovazione)




Esiste oggi la possibilità di utilizzare strumenti nuovi che, senza la necessità di grandi investimenti, sono capaci di garantire oltre che efficienti sistemi di gestione delle informazioni la concreta partecipazione attiva dei cittadini. Strumenti che oggi sono offerti da quella tecnologia ormai universalmente definita Web 2.0, una forma di web evoluto rispetto ai tradizionali strumenti del mondo internet che si caratterizza essenzialmente per tre elementi: interattività, socialità, progressivo miglioramento del servizio grazie al contributo degli utenti.
Ma, nonostante qualche eccellenza, poche sono ancora le esperienze Web 2.0 degne di nota già realizzate nella Pubblica amministrazione.
Inoltre va bene aprire blog o spazi di condivisione e servizi personalizzati sui siti istituzionali, ma questo da solo non basta. Perché il Web 2.0 funzioni occorre che ci siano utenti disposti ad alimentarlo.
Il successo delle applicazioni Web 2.0 sta nella loro semplicità d'uso, nella loro efficacia ma anche nella rapidità e capacità dei sistemi di auto-migliorarsi. Tutto questo è realizzabile solo grazie ad una vera massa critica di utilizzatori. Perché il vantaggio e il valore delle applicazioni Web 2.0 sta proprio nella sua capacità di coinvolgere la comunità nella generazione dei contenuti.

INNOVAZIONE
E COMUNICAZIONE
Per garantire questa massa critica occorre che insieme al processo di innovazione e di ammodernamento della Pa proceda il percorso di apertura ai cittadini che negli ultimi anni era stato avviato con l'introduzione di strumenti di comunicazione pubblica previsti dalla legge 150/2000.
Una norma, la legge n. 150, che provava a incidere su tutta l'organizzazione pubblica, adeguandola allo sviluppo di processi di innovazione e all'introduzione di nuove tecnologie e soprattutto rispondendo a quel bisogno di trasparenza da sempre auspicato.
Quella legge è rimasta, purtroppo, in gran parte inapplicata e rischia di diventare una metafora di quel cambiamento atteso, annunciato e mai completamente realizzato.
La sensazione che si vive in molte Pubbliche amministrazioni è che questa legge abbia molto aiutato i politici a garantirsi una loro sovraesposizione e poco le Istituzioni e i cittadini nel loro difficile dialogo. Insomma, la legge sarebbe stata usata più per rafforzare la comunicazione politica che quella istituzionale per la quale era stata approvata. La legge n. 150 del 2000 individuava esclusivamente due strutture (Urp e Ufficio stampa) come gestori della complessa attività di comunicazione e informazione. Nei fatti, però, le innovazioni tecnologiche (reti, telefonia, digitale terrestre eccetera) e fattori di decentramento amministrativo hanno imposto la nascita di nuove strutture in constante evoluzione che si sono affiancate agli Urp e agli Uffici stampa complicando maggiormente la già difficile applicazione della legge.
Intanto gli uffici Urp, presenti ormai in tutta la Pa, sono stati, nonostante tutto, protagonisti di importanti trasformazioni nelle modalità di comunicazione con il pubblico.
Tantissimi i casi d'eccellenza. Tante le amministrazioni in cui queste strutture hanno lentamente, ma con successo, garantito quel dialogo difficile tra cittadini e istituzione. Ma, soprattutto, la stragrande maggioranza dei cittadini oggi sa che esiste un luogo fisico dove rivolgersi per avere informazioni, chiarimenti e anche fornire suggerimenti. Spazi nei quali uomini e donne, quasi sempre preparati, sono pronti quantomeno ad ascoltarli. Ciò nonostante questi dipendenti, che rappresentano una risorsa per tutti, ancora non hanno un riconoscimento formale dei relativi profili professionali. Come non lo hanno avuto i dipendenti degli uffici stampa ancora alla ricerca di un contratto che riconosca la loro professionalità, malgrado la specifica previsione della legge n. 150. Uffici, anche questi, che svolgono un ruolo delicato. Uffici e personale sottoposti quasi sempre ad una doppia pressione. Da un lato l'apparato politico e spesso anche burocratico che chiede, che impone visibilità e presenza costante sui media. Dall'altro i mezzi di informazione, che pretendono, esigono informazioni già pronte e sempre notiziabili.
Anche in questo caso, anche per gli uffici stampa la legge n. 150 del 2000 si è dimostrata in questi anni del tutto insufficiente. E anche in questo caso troppo spesso la qualità del servizio è affidato alla disponibilità di personale mal retribuito che mette a disposizione della pubblica amministrazione una professionalità non ancora riconosciuta.

17 ottobre, 2008

Torna il Compa, questa a volta Milano (22-23 ottobre). Ma la legge 150 resta al palo.


Tra polemiche e carte bollate anche quest’anno ritorna il Compa, il salone europeo della Comunicazione pubblica e istituzionale.Edizione nuova, nuova sede (Milano) nuovi gli organizzatori. L’evento infatti non vede la tradizionale gestione dell’ Associazione dei comunicatori Pubblici di Rovinetti.Il calendario dei convegni di COM-PA 2008 è riico e spazierà dalle tematiche politico civili del Forum a quelle tecnico professionali dello Spazio Meeting, alla presentazione di esperienze di successo nel campo della comunicazione pubblica e dei servizi ad essa collegati. I convegni saranno tenuti da importanti relatori italiani ed internazionali, studiosi di comunicazione pubblica e professionisti del mondo pubblico, privato ed associazionistico.Ci auguriamo che ci sia una riflessione attenta soprattutto sugli scarsi risutati della legge 150/2000.Una norma, la legge150, che provava a incidere su tutta l'organizzazione pubblica, adeguandola allo sviluppo di processi d’innovazione e all'introduzione di nuove tecnologie e soprattutto rispondendo a quel bisogno di trasparenza da sempre auspicato. Quella legge è rimasta, purtroppo, in gran parte inapplicata e rischia di diventare una metafora di quel cambiamento atteso, annunciato e mai completamente realizzato. La sensazione che si vive in molte Pubbliche amministrazioni è che questa legge abbia molto aiutato i politici a garantirsi una loro sovraesposizione e poco le Istituzioni e i cittadini nel loro difficile dialogo. Insomma, la legge sarebbe stata usata più per rafforzare la comunicazione politica che quella istituzionale per la quale era stata approvata. La Legge 150 del 2000 individuava esclusivamente due strutture (URP e ufficio stampa) come gestori della complessa attività di comunicazione e informazione. Nei fatti, però, le innovazioni tecnologiche (reti, telefonia, digitale terrestre etc.) e fattori di decentramento amministrativo hanno imposto la nascita di nuove strutture in constante evoluzione che si sono affiancate agli URP e agli uffici stampa complicando maggiormente la già difficile applicazione della legge. Intanto gli uffici Urp, presenti ormai in tutta la P.A., sono stati, nonostante tutto, protagonisti di importanti trasformazioni nelle modalità di comunicazione con il pubblico. Tantissimi i casi d’eccellenza. Tante le amministrazioni in cui queste strutture hanno lentamente, ma con successo, garantito quel dialogo difficile tra cittadini e istituzione. Ma, soprattutto, la stragrande maggioranza dei cittadini oggi sa che c'è un luogo fisico dove rivolgersi per avere informazioni, chiarimenti ed anche fornire suggerimenti. Spazi nei quali uomini e donne, quasi sempre preparati, sono pronti quantomeno ad ascoltarli. Ciò nonostante, questi dipendenti che rappresentano una risorsa per tutti, ancora non hanno un riconoscimento formale dei relativi profili professionali. Come non lo hanno avuto i dipendenti degli uffici stampa ancora alla ricerca di un contratto che riconosca la loro professionalità,malgrado la specifica previsione della legge 150. Uffici, anche questi, che svolgono un ruolo delicato. Uffici e personale sottoposti quasi sempre ad una doppia pressione. Da un lato l'apparato politico e spesso anche burocratico che chiede, che impone visibilità e presenza costante sui media. Dall'altro i mezzi di informazione, che pretendono, esigono informazioni già pronte e sempre notiziabili. Anche in questo caso, anche per gli uffici stampa la legge 150 del 2000 si è dimostrata in questi anni del tutto insufficiente. E anche in questo caso troppo spesso la qualità del servizio è affidato alla disponibilità di personale mal retribuito che mette a disposizione della pubblica amministrazione una professionalità non ancora riconosciuta.

09 settembre, 2008

Tecnologie, un sistema per l'informazione

Il Sole 24 Ore - Guida agli Enti Locali Numero 34 del 30/08/2008 Pagina 93
Tra le novità più significative del Testo unico vi è sicuramente quella relativa agli obblighi nel campo della comunicazione. Ecco come funziona tra compiti, risorse e finanziamenti il coordinamento da parte del Sinp, il sistema nazionale per la prevenzione
di Domenico Pennone


Con l'entrata in vigore del Dlgs 81/2008, è stato compiuto un passo avanti di grande portata. Il provvedimento dà un nuovo assetto alla normativa in questa delicata materia. Finalmente si raccoglie in un unico decreto la numerosa legislazione prodotta in questi anni, che adesso è presenta in una veste chiara e funzionale. Non si tratta, però solo di una raccolta di leggi: moltissime sono, infatti, le novità introdotte. Sono inseriti capitoli completamente nuovi nel campo della tutela e della salute dei lavoratori. Una delle novità più significative è quella relativa ai nuovi obblighi nel campo delle azioni d'informazione e formazione che saranno programmate e coordinate dal cosiddetto Sistema informativo nazionale per la prevenzione (Sinp).

IL SISTEMA
Il Sistema informativo nazionale per la prevenzione è costituito dal ministero del Lavoro, dal ministero della Salute, dal ministero dell'Interno, dall'Inail, dall'Ipsema, dall'Ispesl, del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro e per la prima volta vede la partecipazione diretta delle Regioni e delle Province autonome di Trento e di Bolzano. Il testo unico stabilisce le principali direttive tecniche per la realizzazione e il funzionamento del Sinp, nonché le regole per il trattamento dei dati. Queste ultime verranno in seguito compiutamente definite con decreto dei ministri del Lavoro, della previdenza sociale e della salute, di concerto con il ministro per le Riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione, acquisito il parere della Conferenza Stato-Regioni.
Il nuovo testo, proprio in relazione al Sinp, fa chiarezza sulle funzioni attribuite all'Ispesl e all'Inail in ambito di prevenzione. A questi Istituti spetta, infatti, la vera attività di creazione del sistema informativo nazionale. Ispesl e Inail dovranno offrire, infatti, un ampio sostegno alle conoscenze necessarie per tutte le attività di informazione e formazione, comprese quelle più propriamente promozionali che, come abbiamo visto, potranno essere svolte in collaborazione con le Regioni e le Province autonome.
Con l'istituzione del Sistema informativo nazionale per la prevenzione il legislatore ha voluto finalmente sancire l'importanza e il ruolo, che, per la tutela della salute dei lavoratori, svolgono le attività di informazione e di formazione. La scelta di affidare a un sistema unico centrale, coordinatore di tali attività, evidenzia l'intento di evitare che tali azioni siano svolte senza programmazione e da enti diversi non coordinati tra loro.
L'articolo 9 del nuovo testo unico stabilisce con chiarezza quali sono gli Enti pubblici che hanno compiti in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, definendo i ruoli dei singoli soggetti istituzionali facenti parte del Sistema delle amministrazioni e degli enti statali. A questi è affidato l'incarico di agire in maniera sistemica supportando l'attività governativa attraverso la ricerca, la consultazione e la diffusione di buone prassi e linee guida. A questi soggetti istituzionali è affidato dunque il compito di progettare precisi e tempestivi percorsi formativi e informativi.

IL RUOLO
Con l'articolo 10, che riprende gli indirizzi generali in materia di informazione, viene anche chiarito che l'informazione e l'assistenza in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro sono svolte da tutti i soggetti del sistema istituzionale senza esclusioni. A queste attività partecipano anche gli organismi paritetici e gli enti di patronato, anche mediante convenzioni. Le convenzioni saranno sottoscritte in particolare per specifici contesti di lavoro caratterizzati da una forte frammentazione.
Per la prima volta, dunque, vi è il riconoscimento per le Regioni e le Province autonome di poter agire in collaborazione con altri soggetti istituzionali quali le Asl, i ministeri del Lavoro e dell'Interno i Vigili del fuoco, gli organismi paritetici e gli enti di patronato per svolgere, mediante, apposite convenzioni, attività di informazione, assistenza, consulenza, formazione, promozione in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.
Queste attività, precisa la norma, andranno rivolte in particolare nei confronti delle aziende artigiane, delle imprese agricole, delle piccole e medie imprese e delle rispettive associazioni di categoria ma anche in ambito scolastico, formativo e universitario.

IL FINANZIAMENTO
L'articolo 11 individua anche una serie di attività di sostegno alle imprese nella effettiva applicazione degli obblighi di legge e di diffusione della cultura della salute e sicurezza. In particolare, il comma 1 prevede finanziamenti a favore delle piccole e medie imprese ed anche con riferimento a progetti formativi. Sulla base dell'articolo 11, l'Inail finanzierà progetti di investimento e formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro rivolti in particolare alle micro, piccole e medie imprese come anche progetti volti a sperimentare soluzioni innovative e strumenti di natura organizzativa e gestionale ispirati ai principi di responsabilità sociale delle imprese.
L'adozione di buone prassi da parte delle imprese costituirà criterio di priorità per l'accesso al finanziamento. Un'ulteriore e sostanziale novità apportata dal testo unico è dunque quella relativa al finanziamento delle attività di informazione e formazione che per la prima volta sono previste e finanziate da un apposito fondo.
Il fondo, che avrà una gestione autonoma, sarà allocato presso l'Inail ed opererà là dove la contrattazione non preveda o costituisca sistemi di rappresentanza dei lavoratori e di pariteticità migliorativi o almeno di pari livello.
Il fondo è finanziato mediante le quote versate dalle aziende, le entrate derivanti dall'irrogazione delle sanzioni previste dal nuovo decreto legislativo, da una quota parte (nella misura del 50%) delle risorse realizzate da Inail, Ispesl, Ipsema per le attività di consulenza e, infine, dalle risorse che saranno destinate alla formazione delle Pmi di cui all'articolo 1 comma 7-bis della legge 123/2007.
Mediante decreto del ministero del Lavoro, di concerto con Economia e Istruzione, si provvederà al riparto delle risorse tra le varie tipologie di attività. In sede di prima applicazione si dovrà comunque prevedere, entro sei mesi dall'entrata in vigore del decreto, il finanziamento di una campagna straordinaria di formazione cui ovviamente potranno attivamente partecipare Regioni e Province autonome.
All'Ispesl e all'Inail il compito di prevedere, anche nella gestione del fondo, una coerente definizione delle attività nell'ambito della più generale programmazione e pianificazione delle attività di prevenzione. Toccherà alla Commissione consultiva, dove le parti sociali partecipano in numero paritetico con le istituzioni nazionali e territoriali, individuare, in coerenza con gli indirizzi del Comitato per l'indirizzo e la valutazione delle politiche attive, le iniziative nel campo della promozione e stabilire ovviamente quelle finanziabili. l

Videoterminali, gli obblighi e i tempi al computer

Il Sole 24 Ore - Guida agli Enti Locali Numero 34 del 30/08/2008 Pagina 72
Un capitolo particolare delle nuove disposizioni a tutela della salute riguarda l'utilizzo ormai assoluto delle tecnologie. Dai rischi psicofisici agli ambienti di lavoro, dalle scelte operative alla vigilanza: ecco cosa cambia negli uffici
di Domenico Pennone


Lo sviluppo della tecnologia dei personal computer e la loro estesa applicazione negli ambienti di lavoro pubblici e privati, ha determinato in pochi anni un esponenziale incremento dell'uso di unità di videoterminali. I Pc sono ormai diventati strumenti di lavoro indispensabili. L'uso ha prodotto risultati rivoluzionari in termini di funzionalità e snellimento del normale lavoro, ma, nel contempo, ha sollevato problematiche di protezione del lavoratore addetto al loro impiego. La diffusione inarrestabile in tutti gli uffici dei Pc non sempre è stata seguita da un'adeguata attenzione ai disturbi psicofisici che possono essere attribuiti all'uso dei videoterminali. Questa attenzione va comunque rivolta soprattutto al rischio di un uso di queste attrezzature in ambienti inadeguati e a possibili modelli organizzativi non adatti alla nuova tecnologia. Le ricerche e le indagini condotte sui possibili effetti prodotti sulla salute degli addetti ai videoterminali non hanno mai confermato rischi da radiazioni ionizzanti e non ionizzanti. Nemmeno è stato mai registrato un incremento anomalo di malattie relative al sangue, all'apparato visivo, all'apparato riproduttivo.
I principali problemi correlati all'uso dei videoterminali possono essere, quindi, quasi esclusivamente attribuiti alla fatica visiva (astenopia), dovuta alle caratteristiche dello schermo, alle condizioni di illuminazione e di microclima dell'ambiente e ai problemi scolo-scheletrici dovuti alle posture non corrette assunte durante il lavoro. Tutti i disturbi da considerarsi quindi non come conseguenti all'uso di videoterminali, bensì derivanti da inadeguata progettazione dei posti e delle modalità di lavoro.

TESTO UNICO
Già nel Dlgs 626/1994 che recepiva con molto ritardo gli indirizzi della Direttiva 90/270/CEE, erano elencate tutte le norme per il controllo delle attrezzature e del personale addetto ai videoterminali con indicazioni delle prescrizioni minime da adottare sui luoghi di lavoro. Con il decreto interministeriale del 2 ottobre 2000, Linee guida d'uso dei videoterminali, sono state fornite indicazioni fondamentali al fine di prevenire l'insorgenza di disturbi provocabili da arredi e tempi di lavoro ed anche, dallo stress causato dalla mansione svolta, dal software e dal rumore prodotto dalle macchine. Ed è proprio su questa impostazione di prevenzione e di obbligo di applicazione di principi ergonomici e comportamenti corretti da parte degli utilizzatori, che si concentra il Dlgs 81/2008. Ben 7 articoli (dal 172 al 179) sono dedicati al problema nella nuova normativa.
Il titolo VII (Attrezzature munite di videoterminali) del testo unico definisce i principi generali di prevenzione e protezione per l'utilizzo in sicurezza delle attrezzature munite di videoterminali. Innanzi tutto, è stabilito che le norme relative all'uso dei videoterminali si applicano a tutte le attività lavorative che comportano effettivamente l'uso delle suddette attrezzature e non quindi, ai lavoratori addetti ai posti di guida di veicoli o macchine, ai sistemi informatici installati a bordo di un mezzo di trasporto, ai sistemi informatici destinati in modo prioritario all'utilizzazione da parte del pubblico e a tutte le attrezzature munite di un piccolo dispositivo di visualizzazione dei dati (calcolatrici, registratori di cassa).

I RISCHI
Nel testo unico vengono considerati i possibili effetti dei videoterminali sulla salute, i contenuti della sorveglianza sanitaria quale misura preventiva e periodica e l'organizzazione del lavoro. Scopo della norma non è solo quello di definire le prescrizioni da adottare obbligatoriamente e le sanzioni a carico del datore di lavoro inadempiente, ma anche di dare indicazioni comportamentali ed accorgimenti per eliminare o ridurre al minimo i rischi per la sicurezza e la salute derivanti dall'uso di videoterminali. Anche per questo, particolarmente interessante risulta l'articolo 177 in cui sono chiaramente imposti al datore di lavoro precisi obblighi in materia d'informazione e formazione.
Il datore di lavoro, sia pubblico che privato, dovrà fornire ai lavoratori informazioni sulle misure applicabili al posto di lavoro, sulle modalità di svolgimento dell'attività e soprattutto sulla protezione degli occhi e della vista. Tutto questo, assicurando costantemente ai lavoratori una formazione continua e adeguata. Su quest'ultimo aspetto, è auspicabile che il Sistema informativo nazionale per la prevenzione (Sinp), all'interno del quale è prevista la partecipazione di Regioni e Province autonome, istituito dal Dlgs 81/2008 allo scopo di coordinare le attività informative e formative, decida di impegnarsi direttamente su questo problema con opportune campagne informative.

OBBLIGHI
Il testo unico descrive, unificando tutta la normativa precedente, gli obblighi del datore di lavoro all'atto della valutazione del rischio. Questi dovrà, in particolare, porre molta attenzione alle condizioni dei posti di lavoro, che dovranno essere attrezzati in modo tale da evitare i rischi per la vista e i problemi legati alla postura ed all'affaticamento fisico o mentale. Il datore di lavoro dovrà quindi adottare precisi accorgimenti per garantire condizioni ergonomiche e di igiene ambientale, adottando le misure appropriate e tenendo conto anche della somma ovvero della combinazione della incidenza dei rischi riscontrati. Per questo è stato previsto un apposito allegato in cui sono elencati tutti i requisiti minimi per organizzare e predispone i posti di lavoro per l'uso di terminali.
Molta attenzione è poi rivolta (articolo 175) a un tema da sempre oggetto di contestazioni e contenziosi anche sindacali: il tempo impegnato davanti al videoterminale nello svolgimento del lavoro quotidiano. Il lavoratore, precisa la norma, qualora svolga il suo lavoro per almeno quattro ore consecutive, ha diritto a un'interruzione della sua attività mediante pause ovvero cambiamento d'attività. Le modalità di tali interruzioni sono stabilite dalla contrattazione collettiva anche aziendale.
In assenza di una disposizione contrattuale riguardante l'interruzione, il lavoratore ha comunque diritto ad una pausa di quindici minuti ogni centoventi minuti di applicazione continuativa al videoterminale.
Viene anche chiarito una volta e per tutte che la pausa è da considerarsi a tutti gli effetti parte integrante dell'orario di lavoro e che, come tale, non è riassorbibile all'interno di accordi che prevedono la riduzione dell'orario complessivo di lavoro.

SORVEGLIANZA
Tempi certi e precisi, dunque, anche se, ove il medico competente ne evidenzi la necessità, le modalità e la durata delle interruzioni possono essere stabilite a livello individuale. Va ricordato a tale proposito l'obbligatorietà della sorveglianza sanitaria (articolo 176) cui i lavoratori devono essere sempre sottoposti.
Salvo i casi particolari che richiedono una frequenza diversa stabilita dal medico competente, la periodicità delle visite di controllo è biennale per i lavoratori classificati come idonei con
prescrizioni o limitazioni e per i lavoratori che hanno compiuto il cinquantesimo anno d'età, quinquennale negli altri casi. Molto severe sono le sanzioni previste a carico del datore di lavoro e del dirigente che non rispettano gli obblighi in materia di videoterminali.
Dunque, anche in presenza di notevoli rassicurazioni scientifiche sulla assenza di rischi dovuti dall'uso corretto di videoterminali, comportamenti errati e ambienti di lavoro non adeguati possono comunque comportare rischi seri per la sicurezza e la salute dei lavoratori. In tal caso i datori di lavoro e i dirigenti disattenti o inadempienti rischiano davvero molto.

26 agosto, 2008

E' arrivato Lively

BigG non ha restitio e in pieno stile Google ha reso disponibile Lively.
Realizzato nel tempo libero dagli sviluppatori della G-corporation Lively consente di creare in maniera semplice stanze virtuali con una modalità di interazione simile a quella offerta da Second Life.
Ogni ambiente creato utilizzando un proprio account google e istallando un piccolissimo e non invasivo plug-in corrisponde ad una piccola linea di codice da inserire sul proprio blog o sito personale.
La sperimentazione è stata avviata e la facilità con cui Lively è utilizzabile potrebbe consentire a tante piccole amministrazioni pubbliche di creare veri e propri uffici virtuali 3D a costo zero. Per il momento non è prevista la pubblicità. Io ho odiato da sempre second-life e ho sempre paura dello strapotere di google ma non mi sono sottratto a creare sul mio blog la mia stanza. Quanti innovatori della PA inseriranno Lively sui propri siti?

Metromagazine Lively Room

12 agosto, 2008

In arrivo una rivoluzione citizen oriented che apre la comunicazione all'interattività

Il Sole 24 Ore - Guida agli Enti Locali Numero 30 del 26/07/2008 Pagina 3
Come evidenziato da molti parametri, alla nostra Pa manca ancora una cultura della rete realmente incentrata sul cittadino. La tecnologia internet meglio nota come Web 2.0 rappresenta una grande innovazione capace di introdurre negli uffici interazione, socialità e servizi grazie al contributo degli utenti
di Domenico Pennone


A leggere gli ultimi dati (purtroppo aggiornati al 2006) dell'indagine Le Città Digitali in Italia realizzata per valutare i siti web della Pubblica amministrazione locale presentato dalla Rete urbana delle Rappresentanze (Rur), associazione promossa dal Censis, si ha un quadro appena incoraggiante della qualità dei servizi web offerti dalla Pa.

DIGITALIZZAZIONE CARENTE
Dalla nona edizione del Rapporto, che guarda un universo di indagine rappresentato dalle 20 Regioni, 103 Province, 103 Comuni capoluogo di Provincia, 92 Comuni non capoluogo con più di 40.000 abitanti e un campione statistico dei Comuni italiani con popolazione tra le 5.000 e le 40.000 unità, emerge un costante incremento della disponibilità di prestazioni telematiche e una migliore integrazione tra esse rispetto agli anni passati.
Sui siti istituzionali migliora il numero e la qualità delle informazioni presenti, in particolare sulle strutture amministrative ma, anche, il livello di interattività dei servizi offerti. Aumentano anche i servizi transattivi connessi principalmente all'imposizione fiscale.
I dati sono anche confermati dal più recente rapporto Istat sulla rilevazione sulle tecnologie dell'informazione e della comunicazione nelle pubbliche amministrazioni locali per l'anno 2007.
Per l'Istat, la quasi totalità dei siti web di Comuni, Province e Regioni, garantiscono servizi aggiornati di informazione e acquisizione di modulistica. Ancora limitata però la presenza di servizi di inoltro di modulistica e soprattutto dei servizi definiti a piena interattività. Solo il3% dei Comuni, il 10% delle Province ed il 54% delle Regioni infatti possono oggi vantare servizi realmente interattivi. Il conto sul totale delle amministrazioni resta sconfortante: nel 2007 solo il 3,2% delle amministrazioni garantiva la fornitura completamente on line di alcuni servizi erogati.
Dunque, nonostante i progressi registrati, la digitalizzazione completa dei servizi della Pa resta ancora un obiettivo lontano.
Ma è soprattutto sull'uso di strumenti capaci di ascoltare e misurare la soddisfazione degli utenti che la Pubblica amministrazione mostra ancora tutti i suoi limiti. Eppure è proprio la capacità di dare ascolto agli utenti che potrebbe consetire alle amministrazioni pubbliche di ottenere indicazioni per accrescere la qualità dei servizi offerti ed incoraggiarne l'utilizzo.
I cosiddetti sistemi di Customer Relationship Management o meglio ancora di Citizen Relationship Management che potrebbe rilanciare la centralità del cittadino-utente, non più solo semplice e passivo destinatario delle azioni di comunicazione ma un utente attivo che ha un suo ruolo, sono lontani dall'essere utilizzati per il web pubblico. È anche sintomatico che su questo aspetto non esistano dati ufficiali o ricerche.
Manca, insomma, nella Pa una cultura delle rete realmente orientata al cittadino. Una cultura capace di tenere conto del loro giudizio per misurare la qualità dei servizi offerti ma anche per orientare le scelte dell'amministrazione.

INTERNET EVOLUTO
Eppure, come vedremo in questo speciale, esiste oggi la possibilità di utilizzare strumenti nuovi che senza la necessità di grandi investimenti sono capaci di garantire oltre che efficienti sistemi di gestione delle informazioni la concreta partecipazione attiva dei cittadini-utenti. Strumenti che oggi sono offerti da quella tecnologia ormai universalmente definita web 2.0.
Il web 2.0 generalmente indica una forma di web evoluta rispetto ai tradizionali elementi del mondo internet. Il naturale superamento, insomma, dei siti con pagine statiche (cui ci ha abituato da sempre la Pubblica amministrazione) i cui contenuti hanno un aggiornamento per quanto possibile periodico. Ciò che è definito come web 2.0, si caratterizza, infatti, essenzialmente per tre elementi: interattività, socialità, progressivo miglioramento del servizio grazie al contributo degli utenti. Il web 2.0, insomma, più che una tecnologia è una svolta nelle modalità con cui le informazioni girano nella rete ed è frutto di due importanti novità: il raggiungimento di una fase matura della tecnologia che sta finalmente manifestando il vero potenziale del mezzo e la maturazione a sua volta degli utenti che chiedono di più al web e provano a generare e organizzare in autonomia i contenuti distribuiti.
Nonostante qualche eccellenza, di alcuni Comuni e Regioni del Nord del Paese, che abbiamo provato a recensire, poche sono ancora le esperienze degne di nota già realizzate nella Pubblica amministrazione.
In ogni caso, i timidi tentativi realizzati da intraprendenti amministrazioni pubbliche restano per ora ancora inadeguati e i prodotti inevitabilmente trascurati dagli utenti se non apertamente contestati dagli esperti del settore.
Sicuramente però l'attenzione sta crescendo grazie anche alla costante diffusione amatoriale e commerciale del web 2.0 tra gli utenti italiani.
Una straordinaria opportunità si sta aprendo per le Pubbliche amministrazioni: l'occasione di sfruttare quell'intelligenza collettiva sempre più attiva e protagonista nella rete. Un'occasione per recuperare, forse, per molte Amministrazioni anche credibilità ed efficienza.
Per sfruttare quest'occasione occorre, però, pensare a interventi che non siano di mera facciata ma che sappiano realmente coinvolgere gli utilizzatori.
Va bene aprire blog o spazi di condivisione e servizi personalizzati sui siti istituzionali ma questo non basta. Perché il web 2.0 funzioni occorre che ci siano gli utenti ad alimentarlo.
Il successo delle applicazioni web 2.0 sta nella loro semplicità d'uso, nella loro efficacia ma anche nella rapidità e capacità dei sistemi di automigliorarsi. Tutto questo è realizzabile solo grazie a una vera massa critica di utilizzatori. Il vantaggio e il valore delle applicazioni web 2.0 sta proprio dunque nella sua capacità di coinvolgere la comunità nella generazione dei contenuti.
Allora, l'unica soluzione per la Pa è quella di provare a creare finalmente una comunità di utenti, fatta di gente che partecipa e contribuisce e non solo di visitatori occasionali delle proprie pagine web.
Una comunità capace di alimentare il sistema grazie sì agli applicativi ma anche e soprattutto alle relazioni sociali generabili on line.
Partecipazione di cittadini, dunque, ma anche di associazioni ed Enti subordinati e soprattutto degli stessi dipendenti della Pa, come già avviene ad esempio alla Regione Veneto.

VALORE AGGIUNTO
A queste nuove comunità di utenti potrebbe essere data la possibilità concreta di valutare, giudicare, migliorare i servizi pubblici creando un valore aggiunto per tutta la collettività.
Grazie a queste comunità, a questa nuova modalità di comunicazione partecipata, sarà possibile, forse, finalmente, rendere disponibile e utilizzabile il prezioso patrimonio di conoscenza e di saperi prodotto dalle istituzioni. Un patrimonio che progressivamente potrebbe essere addirittura alimentato da quello generato dagli stessi utenti che accedono ai servizi on line della Pubblica amministrazione.
Come abbiamo già accennato e come vedremo in questa Guida Pratica, per raggiungere questo obiettivo oggi esistono le tecnologie adeguate, disponibili anche, in molti casi e con sufficienti garanzie, gratuitamente.
Sono infine già in vigore le norme necessarie ad autorizzare nella Pa queste nuove modalità di partecipazione.
Il Codice dell'Amministrazione Digitale, in vigore dal 1° gennaio 2006, infatti, non solo rafforza il diritto dei cittadini a scambiare comunicazioni mediante posta elettronica con le Pa, riconoscendo loro il diritto di rivolgersi al giudice amministrativo per obbligare i pubblici uffici a rispettare tale obbligo, ma, di fatto impone a tutta la Pa di agire per quanto possibile prioritariamente per via telematica. Il grado di maturità raggiunto dagli utenti, le tecnologie e quindi anche le norme, consentono oggi alla Pa centrale e locale di portare a compimento il processo di ammodernamento consentendo finalmente il pieno utilizzo dell'Ict in tutti i settori della vita sociale ed economica del Paese.

07 agosto, 2008

Protocollo d'intesa tra il Ministro Brunetta e Microsoft Italia per scuola e VoIP


Ma non si era detto che bisognava favorire l'open source?

"Intesa per un Centro di Eccellenza scolastica nel Mezzogiorno e per la diffusione della tecnologia VoIP nella Pubblica Amministrazione. Lo sviluppo di soluzioni d'eccellenza tecnologiche e organizzative, in particolare nel settore della scuola è al centro del Protocollo d'intesa di durata triennale firmato dal Ministro per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione, Renato Brunetta con l'Amministratore Delegato di Microsoft Italia, Pietro Scott Jovane. L'intesa prevede la realizzazione di un progetto pilota per la costituzione di una "scuola del futuro" nell'Istituto Tecnico Commerciale e per il Turismo statale "M. Laporta" di Galatina, in provincia di Lecce, realizzando nello stesso un Centro di Eccellenza innovativo che lo trasformi in una best pratice all'interno del Sistema Scuola. Il progetto sarà completato entro il mese di gennaio 2009.
Da parte sua Microsoft Italia si prende in carico anche l'attivazione a Roma entro il mese di febbraio 2009 di un Centro di Competenza VoIP e Unified Communication, che funga da struttura focalizzata alla diffusione dell'utilizzo della tecnologie VoIP e di Comunicazione Integrata in particolare nel settore pubblico.
Il Centro di Competenza in questione sarà federato con quello analogo già inaugurato lo scorso giugno presso la sede Microsoft di Segrate, con l'obiettivo di dare una copertura ottimale sia del territorio nazionale che dei diversi settori economici, dal pubblico al privato.
Il Ministro e Microsoft Italia credono nel valore della diffusione delle competenze informatiche e, per questo motivo, creeranno un'iniziativa di formazione e riqualificazione per il personale della Pubblica Amministrazione. Le iniziative in programma saranno realizzate da Microsoft Italia senza oneri a carico del bilancio dello Stato.
Microsoft Italia, inoltre, è pronta a condividere con il Ministero per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione esperienze e competenze maturate sia in Italia che all'estero e i contenuti digitali sviluppati in ambiti che potrebbero diventare oggetto di possibili iniziative congiunte nel prossimo futuro, tra cui: servizi al cittadino e alle imprese; iniziative di partecipazione attiva (e-Democracy); progetti per la realizzazione, in ambiti quali Sanità e Giustizia, di servizi evoluti e semplificati per consentire lo scambio delle informazioni e la riduzione dei documenti e dei fascicoli cartacei.
Microsoft Italia in questi progetti si servirà di risorse proprie, in modo non esclusivo e collaborerà con altri operatori dell'industria IT italiana".
fonte ministro

05 agosto, 2008

Uffici stampa: buone notizie?

Accordo tra Fnsi e Sindacati confederali della funzione pubblica per avviare la trattativa con l’Aran per la definizione del profilo professionale dei giornalisti
Il Segretario Generale Aggiunto, Giovanni Rossi: “Si apre la strada per il contratto”
“Svolta nella lunga vicenda della definizione del profilo professionale degli addetti stampa pubblici. Tra Fp-Cgil, Cisl-Fp, Uil-Fpl e Fnsi è stato siglato, venerdì 1 agosto, un documento comune che fissa i principi e le modalità di composizione della delegazione unitaria per la trattativa in sede di Agenzia per la negoziazione contrattuale nel pubblico impiego, in ottemperanza a quanto previsto dalla legge 150/2000, al comma 5 dell’articolo 9.
Una buona notizia ma è incredibile che il testo dell' accordo non si trovi da nessuna parte!

20 luglio, 2008

COMPA si' COMPA no. Il salone della Comunicazine Pubblica alla resa dei conti


Il compa a Milano senza l'Associazione Comunicatori Pubblici.
Come dire: la pizza margherita senza la mozzarella.
Ci siamo già occupati dell'ultimo COMPA e non siamo stati teneri. Ma quello che sta succedendo a poche settimane dall'apertura del Salone rischia di dare un colpo definitivo a all'unica occasione nazionale per fare il punto e provare a discutere sulla situazione Comunicazione Pubblica nel nostro paese. Forse qualche intervento autorevole e governativo che dipanasse la situazione non sarebbe male. Intanto da comunicazioneitaliana.it segnaliamo l'ultimo intervento sulla questione di Rovinetti.

23 giugno, 2008

11 anni fa !!!


Questo articolo, che ormai avevo dimenticato, è stato scritto dal sottoscritto più di 11 anni fa. L'ho ritrovato in rete per caso. E' proprio vero LA RETE NON RISPETTA IL DIRITTO ALL'OBLIO.
Comunque è sorprendente la sua attualità.


The NET
A chi gli chiedeva se credesse in Dio, Isaac Asimov scienziato e grande scrittore di fantascienza, rispondeva più o meno così: "Non posso dire se Dio esiste, ma il giorno in cui tutti i computer del mondo saranno collegati, qualcosa di molto simile a ciò che noi intendiamo per Dio esisterà." Asimov, inventore della indimenticabile saga della "Fondazione e delle leggi della Robotica", scrittore culto per una generazione di appassionati; non ha avuto il tempo di vedere il diffondersi di uno dei più grandi fenomeni mondiali di questo fine secolo, che poi era anche la sua profezia: L'affermarsi di Internet, ovvero il tentativo riuscito di collegare, appunto, tutti i computer del mondo in un'unica rete. Asimov, probabilmente, in qualche modo aveva calcolato, la straordinaria potenza che può sprigionarsi dall'avere l'intero patrimonio d'informazioni e di conoscenza che i computer possono archiviare, tutto insieme disponibile, utilizzando un mezzo, che tra l'altro, risulta essere anche il più potente strumento di comunicazione ovvero: "la rete globale". Internet, la Rete, oggi non è ancora veramente Universale e nessuno sa se un giorno essa veramente lo sarà, ma intanto inevitabilmente, essa si diffonde in maniera così esponenziale, come mai invenzione umana era riuscita. Ma la cosa più straordinaria e che Internet riesce ad affermarsi non solo come potente fenomeno tecnologico e innovativo ma anche e soprattutto come fenomeno culturale e con la stessa capacità di diffusione. Negli USA, paese inventore e culla di "The Net" sempre di più si afferma la cultura del "esisti se sei nella rete". La Profezia di Asimov dunque in qualche modo veramente si sta avverando e Internet rischia addirittura di assomigliare sempre di più anche ad una Chiesa. Nel senso ovviamente di religione. Chi la rete la usa davvero, per lavoro, studio piacere o quant'altro e non ne parla solo, ha infatti alcune certezze che inevitabilmente è possibile paragonare a quelle di un credente. La Rete c'è, è ovunque ed è onnipotente, anche se non si vede e non si tocca. Anche altri concetti assai simili a dogmi sono diffusi tra i cosiddetti "Utenti della rete" ma incredibilmente capovolti rispetto ad ogni tradizione. In primo luogo l'idea che Internet è un'onnipotenza, ma creata dall'uomo, mentre è noto che per ogni religione classica è sempre vero il contrario, ovvero che l'uomo è frutto dell'onnipotenza. Anche il concetto di "Eden perduto" in questo caso viene invertito, L'eden (non il paradiso) appartiene al futuro, ci sarà ..., quando tutto potrà essere fatto sulla rete, quando basterà premere dei tasti per ricevere a casa la pizza appena sfornata o il certificato comunale. Tutto sommato niente altro che la buona frutta appesa all'albero, sempre a portata di mano, di catechesi memoria. Banalizzazioni a parte, la diffusione nel mondo di Internet, come strumento di comunicazione e come innovazione tecnologica, economica, sociale e culturale è tale che i rischi di rimanere nel nostro paese ai margini della sua diffusione è troppo alto. Per ritornare all'azzardato paragone, forse vale la pena di ricordare che l'Islam e il Cristianesimo diffusero, con la fede, anche cultura e civiltà. Chi non ne fu coinvolto spesso, troppo spesso, è rimasto ai margini anche dell'evoluzione. In Italia troppe ancora sono le resistenze, anche istituzionali e culturali al diffondersi del verbo di "The Net" e i pochi utilizzatori rischiano qui di essere setta più che chiesa. Possibile che nel nostro paese il 50% della popolazione si vede oggi di fatto vietato l'uso della rete perché costretta da un arcaico sistema monopolistico di gestione delle comunicazioni a dover subire tariffe insopportabili ?. Ci riferiamo al fatto che chi non abita nei centri urbani capoluoghi (ovvero il 50% degli Italiani) per chiamare i fornitori di accesso che ovviamente e generalmente hanno sede nelle grandi città sono costretti ad usare la Teleselezione. Che fine hanno fatte le proposte del Ministro Maccanico e del sottosegretario Vita sul numero unico di accesso ad Internet ? E non ci si dica, come fa la Telecom, che il numero di utenti è troppo basso per giustificare l'investimento, sappiamo tutti che questo è un ragionamento da gatto che si morde la coda e poi suvvia la "libertà di religione" è un diritto sancito dalla costituzione e va tutelato. Se volete possiamo anche metterla così! E il computer in ogni scuola di Veltroni ? Quando arriveranno? (guardate che Clinton e il suo illuminato vice, nel paese "ammazza stato sociale" entro il '97 ha intenzione di realizzare il "dream", un computer su ogni banco e quelli fanno sul serio! Insomma il rischio che l'Italia aumenti il suo gap tecnologico col resto del mondo è reale e la velocità di diffusione di Internet rischia di aggravarlo. Probabilmente tutti dovrebbero fare la loro parte e meglio su questa materia, comprendendo che non è in gioco solo una nuova moda ma la capacità del paese di essere all'altezza del progresso mondiale, che non aspetterà sicuramente noi. Certo nel paese in cui, giustamente, negli ambienti colti, sbagliare una citazione latina è ancora cosa assai grave, ma dove è anche possibile vantarsi di non saper usare il computer facendone di ciò addirittura un vezzo intellettuale, tutto diventa più difficile. "E' meglio Mario che non sa cos'è un PC" racconta senza ironia la canzone vincitrice del premio più educativo (sic!!) del nostro paese: LO ZECCHINO D'ORO e nessuno si è scandalizzato. In Norvegia l'autore probabilmente lo avrebbero processato per incitamento all'ignoranza. Credo che se si andrà avanti così, senza interventi decisi di carattere realmente educativo, soprattutto nel mondo della scuola resteremo sul serio troppo indietro per recuperare. Personalmente come mujaheddin della fede di Internet proporrei intanto pene corporali per quella famosa conduttrice della Rai, che presentando il concorrente del quiz della serata, affermava candidamente, davanti a milioni di telespettatori, di cui probabilmente tanti giovani e bambini: "Oddio lei lavora coi computer, ma come fate ad usare quelle cose misteriose, io proprio rabbrividisco...." Vilipendio alla religione!!!

Domenico Pennone

Copyright (c) 1997 [Interviù]. Tutti i diritti riservati.

18 giugno, 2008

eravamo così?

Questo video è stato trovato in rete e ovviamente non mi assumo la responsabilità dei contenuti...ma, pensare ad un percorso di ricostruzione della nostra recente storia non mi pare un delitto. Forse, con qualche vecchio amico daremo vita a questo tentativo raccogliendo foto, video e immagini di una generazione che ancora tarda a trovare la sua collocazione.

23 maggio, 2008

Comunicare il pubblico tra sfide e ritardi


Il Sole 24 Ore - Guida agli Enti Locali Numero 21 del 24/05/2008 Pagina 16

La legge 150/2000 sulle attività di informazione delle pubbliche amministrazioni ha contribuito a far uscire questo settore dai recinti della propaganda e dell'improvvisazione ma le molte lacune nella sua applicazione rischiano di farne uno strumento incapace di evolvere (intervista ad Alessandro Rovinetti)

di Domenico Pennone

«La comunicazione pubblica non è una tecnica da gestire usando uno dei tanti manuali in commercio, né un insieme di formule e formulette da imparare a memoria. La comunicazione pubblica è una disciplina del tutto originale rispetto a ogni altra forma di comunicazione, la cui base teorica deve sapersi ben armonizzare con la pratica quotidiana. Ma mentre la teoria procede con una circospezione più figlia dello status quo che di una vera ricerca accademica, la pratica, sotto le spinte delle nostre comunità e delle crescenti esigenze di cittadini e aziende, tende ad accelerazioni continue. Un così evidente differenziale di velocità può essere ridotto solo da un aggiornamento costante e coerente di tecniche, strutture, professionalità». Così Alessandro Rovinetti, Segretario generale dell'Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale a cui abbiamo chiesto una riflessione su quella che sembrava la legge quadro, un punto certo, per la comunicazione pubblica e istituzionale ma che rimane, per molti osservatori e operatori, in gran parte del nostro Paese, ancora poco applica se non del tutto ignorata: la 150 del 2000.
«Otto anni senza vedere applicata una legge del Parlamento rappresentano un pessimo servizio per la democrazia e un record che si avvicina a quello della legge sulla attuazione degli URP che ha festeggiato quindici anni di vita senza essere stata ancora attuata nell'intero sistema pubblico.

RECORD NEGATIVO
Se poi aggiungiamo gli anni precedenti il 2000 in cui, da più parti, si chiedeva una legge che ponesse fine al caos scientifico e organizzativo che, in materia di comunicazione, regnava sovrano nelle nostre Istituzioni, l'attuale situazione non è delle più incoraggianti. Anche la legge 150, come altri provvedimenti innovativi, rischia di diventare una metafora di quel cambiamento atteso, annunciato e mai completamente realizzato nella pubblica amministrazione italiana».
La sensazione che si vive in molte Pubbliche amministrazioni è che questa legge abbia molto aiutato i politici a garantirsi una loro sovraesposizione e poco le Istituzioni e i cittadini nel loro difficile dialogo. Insomma, la legge sarebbe stata usata più per rafforzare la comunicazione politica che quella istituzionale per la quale era stata approvata.
«Ho sempre ritenuto la legge 150 un passaggio ineludibile per far uscire la comunicazione pubblica dai recinti della propaganda e dell'improvvisazione. Pur senza illudermi che una sola legge fosse sufficiente a riportare ordine in un settore da troppo tempo lasciato a se stesso. Non mi meravigliano quindi né le critiche esterne, né le strumentalizzazioni interne. Caso mai mi sorprende che esistano ancora tanti comunicatori pubblici che accettino una situazione in cui la mattina si dichiara indispensabile la comunicazione e il pomeriggio non se ne riconoscono né strutture né professionalità».
Figure professionali che sono chiaramente previste dalla legge 150 e che, nonostante le buone intenzioni, neanche l'ultimo contratto dei dipendenti pubblici riconosce. E le amministrazioni continuano a fare da sole in maniera artigianale.
«Questo è il secondo passaggio decisivo per arrivare ai professionisti pubblici della comunicazione. Senza riconoscimento professionale, senza dare un valore vero e una funzione reale alla comunicazione pubblica, saremo costretti a restare nel mondo delle buone intenzioni. Questo non significa invocare l'avvento di una nuova corporazione. Piuttosto è la Pubblica amministrazione a essere, da sempre, vittima di grandi e piccole corporazioni.
Pretendere competenze e professionalità significa, al contrario, passare da un tempo di artigiani a uno di professionisti, significa valorizzare intelligenze ed entusiasmi, significa, infine, restituire un senso alle facoltà di Scienze della Comunicazione».
In molte Pa gli Urp sono spesso considerati ancora alla stregua di ufficio informazioni o reclami e la loro costituzione non ha inciso in alcun modo con l'organizzazione complessiva della macchina organizzativa. È un problema di regole, di volontà politica o di cos'altro?
«L'Urp deve collocarsi in uno snodo strategico del rapporto tra Enti e cittadini. A differenza di altre forme di comunicazione l'Urp non può sopravvivere laddove alla comunicazione viene assegnata una funzione marginale. D'altra parte i cittadini non sono stanchi della comunicazione, ma di una comunicazione più o meno patinata che continua a restare alla superficie delle cose.
L'Urp funzionerà e finirà per trasformarsi, come da anni dico e scrivo, in un vero e proprio sistema di comunicazione pubblica a condizione che la Pubblica amministrazione che vuole cambiare, i cittadini impegnati nell'affermazione dei loro diritti e i professionisti della comunicazione pubblica sappiano agire in modo coerente e sinergico. Anche così ci si avvicina a quella pubblica amministrazione dei cittadini, spesso evocata dai veri innovatori».



Chi è Alessandro Rovinetti
Giornalista, dal 1970 si occupa di strategie della comunicazione nella Pubblica amministrazione.
Autore di volumi, saggi e ricerche sulla comunicazione pubblica e politica, è stato responsabile nazionale del progetto del Dipartimento della Funzione Pubblica per la creazione degli Sportelli Polifunzionali nella Pubblica Amministrazione.
Dal 1992 al 2002 ha diretto il Settore Informazione al Cittadino del Comune di Bologna e ha coordinato il progetto della rete civica Iperbole.
Attualmente è impegnato nella definizione dei nuovi profili professionali dei comunicatori pubblici e nell'attuazione della legge 150.
Dal gennaio 2005 è anche segretario generale della FEACP, la Federazione Europea delle Associazioni di Comunicazione Pubblica.l



La comunicazione via web sta acquistando uno spazio sempre maggiore nella Pa. Troppo spesso però i siti e i portali pubblici non sono gestiti dagli uffici di relazioni con il pubblico e le amministrazioni adottano soluzioni spesso fantasiose per il governo della comunicazione on line. Visto che anche la legge 150 non è chiarissima su questo aspetto ritiene che il coordinamento di tale attività debba comunque sempre essere svolto dagli Uffici per le relazioni con il pubblico?
«Credo che la questione abbia qualche complessità ulteriore. La Legge 150 del 2000 individuava due strutture (Urp e Ufficio stampa) destinate, a mio avviso, a modificarsi con il passare del tempo e quindi ne riconosce una preminenza non assoluta ma relativa. La questione è questa: occorre superare nei fatti il concetto di due sole strutture e pensare invece a sistemi articolati nei grandi Enti e consorziati nelle piccole realtà, capaci di utilizzare i futuri professionisti pubblici per gestire aree e settori specifici.
Non vi è dubbio che le questioni della comunicazione collegata alla tecnologia assumeranno, sempre più, un ruolo centrale. Reti, telefonia, digitale terrestre vanno pensati e gestiti come strutture in constante evoluzione che dovranno affiancarsi agli Urp e agli Uffici stampa. Allora e solo allora scopriremo in che misura la Legge 150 sia insufficiente a contenere tutto il nuovo di questo decennio.
Se fossimo davvero in un Paese moderno oggi parleremmo di questa evoluzione. Ma intanto ai comunicatori pubblici e ai critici interessati occorre ricordare che la Legge 150 non può essere solo oggetto di convegno, ma deve garantirci i profili professionali e l'aggiornamento come componenti essenziali del nostro lavoro.
Questo risultato non si otterrà solo con la volontà di chi lavora nelle Istituzioni, non basterà l'impegno dell'Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica, ma i sindacati del pubblico impiego e tutti coloro che praticano davvero il cambiamento dovranno essere al nostro fianco, per fare della comunicazione pubblica un elemento decisivo del rinnovamento degli Enti e della crescita delle nostre comunità».
La Comunicazione pubblica come elemento decisivo per il rinnovamento della Pubblica Amministrazione che richiede ancora una riflessione come suggerisce il suo ultimo libro Riflessione sulla Comunicazione Pubblica 2005-2008. Un nuovo manuale?
«Intanto ogni libro sulla comunicazione pubblica sembra già vecchio mentre lo si scrive, figurarsi poi quando lo si legge. Io ho pensato invece ad un non libro che non prende l'avvio dalle origini della comunicazione, che non ne riproponga l'ennesima suddivisione, che non perimetri la materia, che eviti il maggior numero possibile di frasi fatte, che stia a debita distanza dai luoghi comuni e dalle citazioni dotte o pseudo tali. Quello che io ho proposto è una sorta di aggiornamento di una disciplina che vive e muta al ritmo della società in cui viviamo, che rappresenti un contributo a guardare avanti e non a rimirarsi nello specchio dell'autoreferenzialità».

Così l'ufficio-trasparente rende concreto il diritto dei cittadini a comunicare con la Pa

di Domenico Pennone

Il Sole 24 Ore - Guida agli Enti Locali Numero 21 del 24/05/2008 Pagina 3
Gli Uffici per le relazioni con il pubblico hanno quindici anni ma il bilancio della loro attività è spesso deludente, nonostante la buona volontà di molti comunicatori pubblici. Al quadro normativo non corrispondono scelte concrete. Urge ripensare una funzione che attua la Costituzione
L'idea di attivare un ufficio che sia interfaccia tra cittadini e pubblica amministrazione nasce nel nostro Paese con l'affermazione del diritto d'accesso previsto dalle leggi 142 e 241 del 1990. Fino a quel momento solo pochissime amministrazioni si erano in qualche modo dotate di sportelli informativi a cui era possibile rivolgersi per interloquire con la Pubblica amministrazione.
Ma è con il Dpr 352/1992 che l'Urp (Ufficio per le pubbliche relazioni) compare come vero e proprio servizio. Con l'articolo 6 che è parte del regolamento d'attuazione del diritto d'accesso, si afferma, infatti, che le amministrazioni possono all'occorrenza, dotarsi di un Ufficio Relazioni con il Pubblico.

VOLONTÀ VS DIRITTO
Veri e propri uffici, dunque, che dovevano nascere col difficile compito di garantire quel diritto d'accesso agli atti dei cittadini che la stessa Costituzione italiana aveva forse trascurato. La sola enunciazione del possono all'occorrenza non era però ovviamente sufficiente a garantire l'affermazione di quel diritto ed ecco che allora il Legislatore, con il Decreto legislativo 29/1993 introduce, all'articolo 12, di fatto, l'obbligatorietà per tutte le amministrazioni di dotarsi di quest'ufficio.
Un gran passo avanti: finisce l'epoca della comunicazione al cittadino come volontà della Pubblica Amministrazione è inizia quella del diritto del cittadino di comunicare con le amministrazioni.
Agli uffici Urp vengono anche attribuite nuove e importanti competenze: l'ascolto dell'utenza per migliorare, grazie ai suggerimenti, la qualità dei servizi ma soprattutto una funzione di comunicazione attiva tesa a promuovere la conoscenza e l'accesso agli atti.
Utilizzando anche a tecniche derivate dal marketing aziendale (customer satisfaction), l'Urp diventa il luogo in cui si sperimenta addirittura la comunicazione bidirezionale, superando lo stesso innovativo (per il nostro Paese) concetto di diritto d'accesso agli atti.
L'Urp diventa, in questi anni, strumento protagonista della comunicazione istituzionale, vero e proprio ufficio di comunicazione. Sarà però la legge 150 del 2000 a riconoscere definitivamente questa funzione di servizio di comunicazione attiva attribuendo definitivamente a quest'ufficio tutta una serie di competenze e funzioni che vanno ben oltre l'idea di sportello informativo.
Tra queste quelle di promuovere la comunicazione interna e fra amministrazioni e il coordinamento degli strumenti informatici usati per fini di comunicazione. La direttiva della Funzione pubblica del 7 febbraio 2002, attuativa della legge 150, afferma: l'Urp è uno dei motori del cambiamento per la Pubblica amministrazione e la sua funzione è fondamentale nei processi d'informatizzazione e innovazione della Pa.
Sembrerebbe un percorso, almeno sul piano legislativo, senza ombre eppure, le intenzioni negli ultimi anni sono state oggettivamente, in gran parte dei casi, disattese. La frattura che si voleva colmare tra cittadini e pubblica amministrazione anche con gli URP nel nostro paese è rimasta molto ampia.

COORDINAMENTO
Tutti i sondaggi realizzati sul grado di fiducia che i cittadini riconoscono alla Pubblica amministrazione continuano a essere in maggioranza negativi.
In questa Guida pratica abbiamo voluto dunque anche interrogarci sul perché, nonostante regole apparentemente chiare e casi d'eccellenza registrati in varie parti del Paese, il dialogo tra cittadini e pubblica amministrazione resti difficile e in molti casi addirittura conflittuale al punto da intasare inverosimilmente gli uffici giudiziari di ricorsi e rivalse contro la Pa.
L'intervista con uno dei protagonisti di questa stagione di riforma e rinnovamento, Alessandro Rovinetti, è netta e senza equivoci. Il suo sostanziale giudizio negativo su come in questi anni la legge sulla comunicazione istituzionale (150/2000) è stata attuata dalle Pubbliche amministrazioni, la dice lunga: «Otto anni senza vedere applicata una legge del Parlamento rappresentano un pessimo servizio per la democrazia».

CAMBIO CULTURALE
Gli Uffici per le relazioni con il pubblico hanno ormai 15 anni di vita, tanta formazione è stata fatta, tantissimi dipendenti pubblici si sono impegnati anche con sacrificio e dedizione, eppure c'è ancora da domandarsi quali concreti risultati questi uffici hanno prodotto e se quel cambiamento epocale, più volte annunciato, di rinnovamento e trasformazione della pubblica amministrazione italiana sia poi effettivamente iniziato.
Errori e ritardi diffusi rischiano di far ricordare questi uffici più per il loro ruolo di complici di un fallimento generale della riforma della Pubblica amministrazione avviate nel 1990 che per i reali e pur significativi successi che in tante parti del nostro paese hanno prodotto.
Una cosa però è certa: la storia recente dell'Urp è anche la storia di un cambiamento di cultura che si è avuto nei cittadini ma anche dentro la Pubblica amministrazione del nostro Paese. Oggi nessuno può non riconoscere la comunicazione quale componente fondamentale di ogni organizzazione moderna, compresa la Pubblica amministrazione. Tutti oggi ammettono che qualsiasi azione della Pa, per avere successo, non può prescindere da un'attenta strategia di comunicazione integrata fatta anche di dialogo e riscontro. Inoltre, l'affermarsi di un insieme di norme e principi che ridisegna l'organizzazione pubblica e semplificano le attività amministrative, collegate allo sviluppo di processi d'innovazione e di introduzione di nuove tecnologie ha, ad ogni modo, sollecitato le amministrazioni a ricercare miglioramenti in termini di qualità del lavoro e riorganizzazione delle procedure.
E gli uffici Urp sono stati, nonostante tutto, protagonisti di queste trasformazioni.
Infine, difficilmente questi uffici sono oggi assenti nelle amministrazioni. Dai piccoli Comuni alle grandi Regioni ai ministeri. Tantissimi, come abbiamo accennato, i casi d'eccellenza. Tante le amministrazioni in cui queste strutture hanno lentamente ma con successo, garantito quel dialogo difficile tra cittadini e istituzione. Ma, soprattutto, la stragrande maggioranza dei cittadini oggi sa che c'è un luogo fisico dove rivolgersi per avere informazioni, chiarimenti e anche fornire suggerimenti. Non più solo mesti albi pretori, bollettini ufficiali illeggibili o lunghe attese fuori da uffici che ti ricevono sgarbatamente, ricordandoti continuamente che la legge non ammette ignoranza. Ma spazi nei quali uomini e donne, quasi sempre preparati, sono pronti quantomeno ad ascoltarti. Uomini e donne che sono ormai una grande comunità professionale della Pubblica amministrazione.

MOLTE ECCELLENZE
Una comunità di operatori che ha creduto e crede nel cambiamento: i comunicatori pubblici. Questi dipendenti ancora non hanno un riconoscimento formale dei loro profili professionali, spesso sono anche malvisti da quella parte di mondo politico che troppo facilmente confonde la comunicazione politica con quella istituzionale e che ritiene che le relazioni pubbliche spettino solo alle loro segreterie politiche. Questi dipendenti rappresentano una risorsa per tutti e sono loro, proprio perché parte del sistema, ad avere per primi il compito di spingere la Pa a proseguire su quella strada di rinnovamento e cambiamento che resta, oggi come 15 anni fa, ancora incompleta quanto necessaria. Magari anche ripensando al loro ruolo e alla loro funzione.

10 maggio, 2008

SIMA progetto integrato monitoraggio ambientale

SIMA progetto integrato monitoraggio ambientale.
Il video è coprodotto da MetronapoliTV e FINMECCANICA
video

28 aprile, 2008

WEB 2.0 la community della PA


Da "il manifesto" inserto speciale E-GOV e PA
di Domenico Pennone

"Io mi accontenterei di trovare le informazioni che cerco in un sito della Pubblica Amministrazione. Gli esperimenti sono proprio l'ultima cosa di cui dovrebbero preoccuparsi...”. Questo post scovato in uno dei tanti blog indipendenti riassume l'atteggiamento diffidente dell'utenza evoluta di fronte ad alcuni "timidi tentativi" di introdurre il cosiddetto web 2.0 nella comunicazione online della Pubblica amministrazione. Atteggiamento diffidente dovuto anche al tortuoso percorso di alfabetizzazione informatica seguito dalla Pubblica amministrazione in questi anni. Un percorso che in qualche caso ha si provato a rispondere alle sempre più complesse ed esigenti richieste di interattività da parte del cittadino–utente ma che in gran parte ha prodotto solo acquisto di tecnologie costose e troppo spesso poco utili. Un percorso che forse oggi è possibile invertire anche senza grandi investimenti puntando sempre di più sulla partecipazione dei cittadini grazie agli strumenti offerti da quella tecnologia ormai universalmente definita web 2.0.Intanto bisogna precisare che il web 2.0 generalmente indica una forma di web evoluta rispetto ai tradizionali elementi del mondo internet. Il naturale superamento insomma dei siti con pagine statiche (a cui ci ha abituato da sempre la pubblica amministrazione) i cui contenuti avevano un aggiornamento per quanto possibile periodico. Ciò che è definito come web 2.0, si caratterizza, infatti, essenzialmente per tre elementi: interattività, socialità, miglioramento dell'esperienza degli utenti nel fruire dei servizi. Il web 2.0 insomma più che una tecnologia è una svolta nelle modalità con cui le informazioni girano nella rete ed è frutto di due importanti novità: il raggiungimento di una fase matura della tecnologia che sta finalmente manifestando il vero potenziale del mezzo e la maturazione a sua volta degli utenti chiedono di più al web e provano a generare e organizzare in autonomia i contenuti distribuiti.Bisogna in ogni modo dire che questi "timidi tentativi" realizzati da alcune intraprendenti amministrazioni pubbliche sono per ora ancora inadeguati e i prodotti inevitabilmente trascurati dagli utenti se non, come abbiamo visto, apertamente contestati. Il Comune di Torino ad esempio ha avviato una serie di servizi che definisce web 2.0. Il progetto "cambiaTO" (esperimento a cui si riferiva il post citato), in particolare, è la versione 2.0 del portale torinese. Il sito funziona come una sorta iGoogle (la pagina personalizzabile del motore di ricerca). "CambiaTO" propone in pratica agli utenti di modificare la propria start page web personale con il sito del comune, arricchendola di tutta una serie di canali di news (Feed) e di widget legati alle iniziative del comune stesso.Il sito, ricco di tecnologia AJAX, fa a cazzotti sia con le norme italiane in termini di accessibilità che con la compatibilità di alcuni Browser ma appare comunque come un esempio pregevole di utilizzo tecnologie innovative e un buon tentativo d’affiliazione dell'utenza. In Emilia, dove la pubblica amministrazione tradizionalmente punta molto di più sulla partecipazione dei cittadini, si registrano poche iniziative di rilievo in direzione 2.0. Gli esperimenti più interessanti si concentrano su soluzioni che si basano su sistemi più tradizionali di CRM interattivi (Strumenti in cui i protagonisti dovrebbero essere i cittadini/utenti che accedono a servizi erogati in una logica per quanto possibile multicanale). I risultati, però, realmente funzionanti per ora si limitano ai tradizionali forum e mailing list (tipici della rete civica iperbole). Degno di nota l'innovativo Unox1 della rete civica Monet di Modena. Unox1 è uno spazio web in cui è possibile registrarsi per ricevere le informazioni desiderate e personalizzate ma anche ottenere on-line risposte in base a parametri scelti dall'utente.Anche il comune di Venezia ha annunciato recentemente la sua sfida al Web 2.0. "Amministrare 2.0", così si chiama il progetto lagunare che punta su un nuovo approccio mentale da parte del dipendente pubblico. L'idea è che è proprio dal dipendente pubblico che si deve partire per innovare la PA dal suo interno. Il pubblico dipendente dovrebbe trasferire al lavoro le competenze informatiche e tecniche di cui quotidianamente si avvale nel privato. Grazie a queste competenze distribuite dovrebbe essere possibile dare avvio ad un rete sociale fatta di partecipazione attiva e dinamismo interattivo. Qualcosa si muove in questo versante anche al sud. Le Regioni Abruzzo, Molise e la Provincia di Napoli stanno lavorando alla realizzazione di strumenti di produzione e acquisizione di video trasmessi poi via web. Insieme al Formez, all'Ordine dei giornalisti e al Dipartimento della funzione pubblica queste amministrazioni contribuiscono al progetto "la PA che si vede". Una sorta di youtube pubblica in cui raccogliere in un unico contenitore i prodotti multimediali liberamente realizzati dagli aderenti.Non "della" Pubblica Amministrazione ma "per" la Pubblica Amministrazione è invece il progetto "SaperiPA" promosso dal ForumPA. ForumPA è un progetto dell'Istituto Mides organizzatore dell'annuale importante Mostra Convegno dei servizi ai cittadini e alle imprese realizzata in collaborazione con il Ministro per le Riforme e le Innovazioni. SaperiPA è essenzialmente un portale in cui viene archiviato, classificato e reso fruibile il vasto patrimonio di saperi e conoscenze sulla PA, aperto al contributo degli utenti. Una sorta di grande “enciclopedia” non formalizzata, una “wiki” sui processi d’innovazione e modernizzazione della Pa.Ma nonostante qualche eccellenza (non potremmo citarle tutte) poche restano comunque le esperienze degne di nota. Sicuramente però l'attenzione sta crescendo e con questa la diffusione del web 2.0 tra gli utenti italiani.Una straordinaria opportunità si sta insomma aprendo per le Pubbliche Amministrazioni: l'occasione di sfruttare quell'intelligenza collettiva sempre più attiva e protagonista nella rete per recuperare credibilità ed efficienza.Per sfruttare quest’occasione occorre, però pensare ad interventi che non siano di mera facciata ma che sappiano realmente coinvolgere gli utilizzatori. Va bene aprire blog o spazi di condivisione e servizi personalizzati sui siti istituzionali ma questo non basta. Perché il web 2.0 esista occorre che ci siano gli utenti ad alimentarlo. Il successo delle applicazioni web 2.0 sta nella loro semplicità d’uso, nella loro efficacia ma anche nella rapidità e capacità dei sistemi di automigliorarsi. Tutto questo è realizzabile solo grazie ad una vera massa critica d’utilizzatori. Il vantaggio e il valore delle applicazioni web 2.0 sta proprio dunque nella sua capacità di coinvolgere la comunità nella generazione dei contenuti.Allora, l'unica soluzione per la PA è quella di provare a creare finalmente una comunità di utenti, fatta di gente che partecipa e contribuisce e non solo di visitatori occasionali delle proprie pagine web.Una comunità capace di alimentare il sistema grazie sì agli applicativi ma anche e soprattutto alle relazioni sociali generabili on line.

21 aprile, 2008

iPhone in Italia con Tim


Franco Bernabè, amministratore delegato di Telecom Italia, ha firmato il contratto con Apple. Entro poche settimane nei negozi della rete di distribuzione Tim dovrebbe arrivare il tanto atteso gioiello della mela morsicata.
Ci occupiamo del evento perché è molto probabile che l’arrivo dell’iPhone possa aumentare la massa critica degli utilizzatori di terminali mobili per accedere alla rete. Se questo fosse vero, se l’iPhone, forte anche del supporto per la rete UMTS italiana, spopolasse nel nostro paese come già avvenuto altrove allora potrebbero cambiare davvero dinamiche di comunicazione online per tutti. Anche per la Pubblica Amministrazione?

14 aprile, 2008

VOTATEMI I!!

Qualche buontempone mi ha iscritto al premio innovatori promosso da forumPA.
La cosa strana è che la mia candidatura è stata ritenuta meritevole di valutazione.
In questi giorni si è aperto il cosiddetto "social rating" (cosi si chiama il gioco) in pratica una votazione dal basso per scegliere chi secondo il popolo della rete è il più innovatore dei dipendenti pubblici.
Nzomma, per farla breve, andate qua e VOTATEMI!




PS: il premio è una semplice targa per cui non chiedetemi di comprare il voto :-)

10 aprile, 2008

XDL: ridurrà il digital divide?

Siglato l'accordo per ottimizzare lo sviluppo della tecnologia XDSL su tutto il territorio nazionale,
Il ministero delle comunicazioni, la società per lo sviluppo di infrastrutture Infratel e Fastweb si sono impegnate a condividere le informazioni relative agli interventi nelle aree non coperte dalla connessione internet a banda larga.
Il protocollo, firmato il 9 aprile 2008, prevede la creazione di un'infrastruttura per l'abilitazione della banda larga nelle zone finora sprovviste della tecnologia adeguata.
Tutto l'intervento rientra nei piani del più ampio programma "Larga Banda", nato dall'accordo stipulato nel dicembre 2005 tra Infratel e il ministero delle comunicazioni.
Presto dovrebbero essere definiti i requisiti tecnico-economici per l'acquisizione delle infrastrutture di telecomunicazione da parte dell'operatore fastweb.