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23 maggio, 2008

Comunicare il pubblico tra sfide e ritardi


Il Sole 24 Ore - Guida agli Enti Locali Numero 21 del 24/05/2008 Pagina 16

La legge 150/2000 sulle attività di informazione delle pubbliche amministrazioni ha contribuito a far uscire questo settore dai recinti della propaganda e dell'improvvisazione ma le molte lacune nella sua applicazione rischiano di farne uno strumento incapace di evolvere (intervista ad Alessandro Rovinetti)

di Domenico Pennone

«La comunicazione pubblica non è una tecnica da gestire usando uno dei tanti manuali in commercio, né un insieme di formule e formulette da imparare a memoria. La comunicazione pubblica è una disciplina del tutto originale rispetto a ogni altra forma di comunicazione, la cui base teorica deve sapersi ben armonizzare con la pratica quotidiana. Ma mentre la teoria procede con una circospezione più figlia dello status quo che di una vera ricerca accademica, la pratica, sotto le spinte delle nostre comunità e delle crescenti esigenze di cittadini e aziende, tende ad accelerazioni continue. Un così evidente differenziale di velocità può essere ridotto solo da un aggiornamento costante e coerente di tecniche, strutture, professionalità». Così Alessandro Rovinetti, Segretario generale dell'Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale a cui abbiamo chiesto una riflessione su quella che sembrava la legge quadro, un punto certo, per la comunicazione pubblica e istituzionale ma che rimane, per molti osservatori e operatori, in gran parte del nostro Paese, ancora poco applica se non del tutto ignorata: la 150 del 2000.
«Otto anni senza vedere applicata una legge del Parlamento rappresentano un pessimo servizio per la democrazia e un record che si avvicina a quello della legge sulla attuazione degli URP che ha festeggiato quindici anni di vita senza essere stata ancora attuata nell'intero sistema pubblico.

RECORD NEGATIVO
Se poi aggiungiamo gli anni precedenti il 2000 in cui, da più parti, si chiedeva una legge che ponesse fine al caos scientifico e organizzativo che, in materia di comunicazione, regnava sovrano nelle nostre Istituzioni, l'attuale situazione non è delle più incoraggianti. Anche la legge 150, come altri provvedimenti innovativi, rischia di diventare una metafora di quel cambiamento atteso, annunciato e mai completamente realizzato nella pubblica amministrazione italiana».
La sensazione che si vive in molte Pubbliche amministrazioni è che questa legge abbia molto aiutato i politici a garantirsi una loro sovraesposizione e poco le Istituzioni e i cittadini nel loro difficile dialogo. Insomma, la legge sarebbe stata usata più per rafforzare la comunicazione politica che quella istituzionale per la quale era stata approvata.
«Ho sempre ritenuto la legge 150 un passaggio ineludibile per far uscire la comunicazione pubblica dai recinti della propaganda e dell'improvvisazione. Pur senza illudermi che una sola legge fosse sufficiente a riportare ordine in un settore da troppo tempo lasciato a se stesso. Non mi meravigliano quindi né le critiche esterne, né le strumentalizzazioni interne. Caso mai mi sorprende che esistano ancora tanti comunicatori pubblici che accettino una situazione in cui la mattina si dichiara indispensabile la comunicazione e il pomeriggio non se ne riconoscono né strutture né professionalità».
Figure professionali che sono chiaramente previste dalla legge 150 e che, nonostante le buone intenzioni, neanche l'ultimo contratto dei dipendenti pubblici riconosce. E le amministrazioni continuano a fare da sole in maniera artigianale.
«Questo è il secondo passaggio decisivo per arrivare ai professionisti pubblici della comunicazione. Senza riconoscimento professionale, senza dare un valore vero e una funzione reale alla comunicazione pubblica, saremo costretti a restare nel mondo delle buone intenzioni. Questo non significa invocare l'avvento di una nuova corporazione. Piuttosto è la Pubblica amministrazione a essere, da sempre, vittima di grandi e piccole corporazioni.
Pretendere competenze e professionalità significa, al contrario, passare da un tempo di artigiani a uno di professionisti, significa valorizzare intelligenze ed entusiasmi, significa, infine, restituire un senso alle facoltà di Scienze della Comunicazione».
In molte Pa gli Urp sono spesso considerati ancora alla stregua di ufficio informazioni o reclami e la loro costituzione non ha inciso in alcun modo con l'organizzazione complessiva della macchina organizzativa. È un problema di regole, di volontà politica o di cos'altro?
«L'Urp deve collocarsi in uno snodo strategico del rapporto tra Enti e cittadini. A differenza di altre forme di comunicazione l'Urp non può sopravvivere laddove alla comunicazione viene assegnata una funzione marginale. D'altra parte i cittadini non sono stanchi della comunicazione, ma di una comunicazione più o meno patinata che continua a restare alla superficie delle cose.
L'Urp funzionerà e finirà per trasformarsi, come da anni dico e scrivo, in un vero e proprio sistema di comunicazione pubblica a condizione che la Pubblica amministrazione che vuole cambiare, i cittadini impegnati nell'affermazione dei loro diritti e i professionisti della comunicazione pubblica sappiano agire in modo coerente e sinergico. Anche così ci si avvicina a quella pubblica amministrazione dei cittadini, spesso evocata dai veri innovatori».



Chi è Alessandro Rovinetti
Giornalista, dal 1970 si occupa di strategie della comunicazione nella Pubblica amministrazione.
Autore di volumi, saggi e ricerche sulla comunicazione pubblica e politica, è stato responsabile nazionale del progetto del Dipartimento della Funzione Pubblica per la creazione degli Sportelli Polifunzionali nella Pubblica Amministrazione.
Dal 1992 al 2002 ha diretto il Settore Informazione al Cittadino del Comune di Bologna e ha coordinato il progetto della rete civica Iperbole.
Attualmente è impegnato nella definizione dei nuovi profili professionali dei comunicatori pubblici e nell'attuazione della legge 150.
Dal gennaio 2005 è anche segretario generale della FEACP, la Federazione Europea delle Associazioni di Comunicazione Pubblica.l



La comunicazione via web sta acquistando uno spazio sempre maggiore nella Pa. Troppo spesso però i siti e i portali pubblici non sono gestiti dagli uffici di relazioni con il pubblico e le amministrazioni adottano soluzioni spesso fantasiose per il governo della comunicazione on line. Visto che anche la legge 150 non è chiarissima su questo aspetto ritiene che il coordinamento di tale attività debba comunque sempre essere svolto dagli Uffici per le relazioni con il pubblico?
«Credo che la questione abbia qualche complessità ulteriore. La Legge 150 del 2000 individuava due strutture (Urp e Ufficio stampa) destinate, a mio avviso, a modificarsi con il passare del tempo e quindi ne riconosce una preminenza non assoluta ma relativa. La questione è questa: occorre superare nei fatti il concetto di due sole strutture e pensare invece a sistemi articolati nei grandi Enti e consorziati nelle piccole realtà, capaci di utilizzare i futuri professionisti pubblici per gestire aree e settori specifici.
Non vi è dubbio che le questioni della comunicazione collegata alla tecnologia assumeranno, sempre più, un ruolo centrale. Reti, telefonia, digitale terrestre vanno pensati e gestiti come strutture in constante evoluzione che dovranno affiancarsi agli Urp e agli Uffici stampa. Allora e solo allora scopriremo in che misura la Legge 150 sia insufficiente a contenere tutto il nuovo di questo decennio.
Se fossimo davvero in un Paese moderno oggi parleremmo di questa evoluzione. Ma intanto ai comunicatori pubblici e ai critici interessati occorre ricordare che la Legge 150 non può essere solo oggetto di convegno, ma deve garantirci i profili professionali e l'aggiornamento come componenti essenziali del nostro lavoro.
Questo risultato non si otterrà solo con la volontà di chi lavora nelle Istituzioni, non basterà l'impegno dell'Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica, ma i sindacati del pubblico impiego e tutti coloro che praticano davvero il cambiamento dovranno essere al nostro fianco, per fare della comunicazione pubblica un elemento decisivo del rinnovamento degli Enti e della crescita delle nostre comunità».
La Comunicazione pubblica come elemento decisivo per il rinnovamento della Pubblica Amministrazione che richiede ancora una riflessione come suggerisce il suo ultimo libro Riflessione sulla Comunicazione Pubblica 2005-2008. Un nuovo manuale?
«Intanto ogni libro sulla comunicazione pubblica sembra già vecchio mentre lo si scrive, figurarsi poi quando lo si legge. Io ho pensato invece ad un non libro che non prende l'avvio dalle origini della comunicazione, che non ne riproponga l'ennesima suddivisione, che non perimetri la materia, che eviti il maggior numero possibile di frasi fatte, che stia a debita distanza dai luoghi comuni e dalle citazioni dotte o pseudo tali. Quello che io ho proposto è una sorta di aggiornamento di una disciplina che vive e muta al ritmo della società in cui viviamo, che rappresenti un contributo a guardare avanti e non a rimirarsi nello specchio dell'autoreferenzialità».

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