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29 giugno, 2012

Quella pizza che mi doveva Amato Lamberti e che non potrò mai più mangiare.


Amato mi doveva una pizza. Abbiamo rimandato il nostro appuntamento per 7 anni. Dovevamo chiarire una vecchia questione, lasciata in sospeso per troppo tempo come non si dovrebbe fare mai tra amici. Ed oggi non smetto di tormentarmi per quel mancato incontro.
Ho conosciuto Amato sul finire degli anni 80, lui ancora radicale io oramai fuori dalla politica.
Mi stupì subito la sua capacità di capire le dinamiche di questa città e della sua provincia.
Lui intellettuale nato piemontese e trapiantato giovanissimo a Salerno riusciva a comprendere la matassa degli interessi cammorristici napoletani più di qualsiasi altro napoletano.
Ritrovai Amato quando già assessore al Comune di Napoli mi convinse a scrivere di camorra per scrivere di politica.
Il primo a capire quanto la camorra orientasse e governasse non solo l’economia, la cultura,  ma soprattutto la politica di questa regione, riuscì a trasmettere a tanti giovani aspiranti giornalisti la passione per la verità. Qualcuno ci rimise anche la vita per quella passione civile che non dovrebbe mai morire.
Con lui Presidente e io da suo capo ufficio stampa, ho vissuto i primi cinque esaltanti anni della presidenza Lamberti alla Provincia di Napoli.
La notte dello spoglio, quando ormai il trionfo era certo, eravamo in tre e lui non sorrideva. Gli chiesi chiamandolo per la prima volta Presidente cosa avesse. Mi rispose come solo lui sapeva fare quando il dubbio dei saggi gli prendeva la mano:” Chissà se ho fatto una cosa buona”.
Era preoccupato assai, sapeva che l’impresa non era facile. Ci mise del suo meglio e i risultati furono straordinari. Risanò il dissesto, rigirò la provincia sotto sopra. Ridiede all’Ente una dignità e un ruolo tra le istituzioni non solo Campane. 
Nel secondo mandato le cose cambiarono, cambiò soprattutto il suo partito e i partiti di quelli che lo appoggiavano. Io non riuscii ad adeguarmi al quel passaggio forse necessario e non mi ritrovai più in nel ruolo di suo collaboratore. 
Per alcuni anni addirittura non ci parlammo. Poi ci fu un piccolo chiarimento e il rinvio a quella pizza che non abbiamo mai più mangiato.
Quando ci ritrovammo per lui non erano momenti felici e mi ricordò la storia del Benportante. Da studioso anche antropologo amava queste cose un pò bizzarre.  Mi disse che io ero appunto un benportante e lui era stato stupido a litigare con un benportante. “Non si dovrebbe mai fare questo errore” mi disse”. Anche quella volta non sorrideva e la sua serietà mi mise quasi paura al punto da farmi sospettare di possedere veramente  quelle qualità misteriose.
Ciao Amato, chissà se credevi veramente come spesso ci raccontavi in un mondo fatto anche di non viventi. Io che non ci ho mai creduto sono molto dispiaciuto perché quella pizza ora so che non potrò mai più mangiarla con te.

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