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18 luglio, 2006

Dalle Reti Civiche alla carta Costituzionale per Internet

Il convegno di Venezia dello scorso 28 giugno è stata una straordinaria occasione di confronto e discussione su 10 anni di reti civiche nel nostro paese. Raramente era successo, che i responsabili delle più grandi reti civiche italiane e alcuni dei maggiori pensatori ed esperti del settore del nostro paese, potessero confrontarsi liberamente, sul futuro di queste esperienze. Il sindaco-filosofo di Venezia, Massimo Cacciari, che in passato non aveva nascosto le sue perplessità sulle reali potenzialità della rete, riconoscendo, in questa occasione, il ruolo avuto dalle reti locali pubbliche, quali strumenti di conoscenza e di democratizzazione del sistema politico amministrativo, ha, come al solito, sorpreso un po’ tutti.
Il suo intervento è stato essenzialmente un susseguirsi di domande “fondamentali” sul ruolo della rete e sul significato di “democrazia elettronica”. Chi pensava che Cacciari potesse esprimere le sue argomentazioni su concetti empirici e di “alta” levatura si è sbagliato.
Cacciari ha parlato soprattutto come politico e amministratore, sottoponendo alla platea problematiche concrete e argomentazioni che sono il pane quotidiano di chi ha il compito di gestire la cosa pubblica. Il Sindaco di Venezia ha sostanzialmente posto due domande, che partono da un unico presupposto. Il presupposto è che oggi la rete, nonostante il ruolo svolto dalla Pubblica amministrazione in questo settore, è lontana dall’ essere quel Agorà democratica tanto auspicata. Primo perchè l’accesso alla rete non è ancora garantito a tutti e resta limitato ad una minoranza, secondo, perchè la rete non è per nulla una struttura democratica, nella quale tutti riescono a muoversi in piena libertà, ma un complesso di poteri forti e di spinte anarchiche. Allora Cacciari si è chiesto e ci ha chiesto: è possibile pensare ad una reale capacità di penetrazione della rete nella Pubblica amministrazione senza un vero cambiamento nella struttura politica e organizzativa del nostro paese fatta anche di poteri politici e sindacali tuttora resistenti all’innovazione?
E ancora: veramente possiamo pensare che la rete sia capace di governarsi da sola e che alla fine il processo tecnologico, ancora da solo, sarà capace di rendere la rete uno spazio democratico e libero, sconfiggendo censure, interessi politici e poteri forti?
Il tema è stato immediatamente colto da Stefano Rodotà che nel suo intervento ha riproposto ed ha provato a rispondere alle stesse domande. Dobbiamo arrenderci all’attuale struttura “non democratica” della rete e fidarci delle virtù di Internet? E’ sufficiente analizzare i problemi di Internet partendo dalla tradizionale interpretazione libertaria, che “vede la Rete come spazio intrinsecamente anarchico, per sua natura insofferente d’ogni regola, capace di ristabilire autonomamente la libertà violata”? Rodotà ha, di fatto, ribadito quanto più volte da lui affermato: le regole già ci sono, e pesanti, e vengono rafforzate da inquietanti alleanze tra Stati e imprese, divenendo strumenti limitativi della libertà.
Rotodà non ha dubbi: “non si possono far prevalere in Internet le logiche puramente di mercato”, deprimendo le utilizzazioni “civiche” e facendo nascere vecchie e nuove forme di censura. Non si può recintare la conoscenza, attribuendo un primato a superate logiche proprietarie. Non si può, in definitiva “far sì che le tecnologie del controllo oscurino quelle della libertà“. Ne tanto meno illudersi che le logiche della rete, da sole, saranno capace di imporre un ordine etico, libero e democratico. Insomma, per Rotodà, occorre definire regole uniche, valide in ogni paese, per ogni utente o azienda: una Costituzione per Internet.
Rotodà, che con pazienza, ha voluto ascoltare tutti gli interventi dei partecipanti, anche quelli dei primi della classe (noiosamente bravissimi è poi entrato direttamente nell’argomento all’ordine del giorno. Le reti civiche, ha ricordato Rotodà, hanno contribuito alla nascita di un nuovo spazio pubblico, forse il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto. Dove globale e locale trovano forme nuove di manifestazione e d’incontro.
Queste esperienze sono state in parte anche la reazione al rischio del trasformarsi della democrazia elettronica nella forma politica congeniale al populismo ed alla logica plebiscitaria, spostando l’attenzione sulla dimensione locale, quella che ha definito come “democrazia di prossimità“. Esse si presentavano come il “miglior antidoto alla riduzione della partecipazione dei cittadini ad un simulacro di potere e di sovranità, con le loro voci chiamate a manifestarsi solo per dire un sì o un no a soluzioni messe a punto da altri”.
Insomma, grazie alle reti civiche, la conoscenza diretta dei problemi e la maggior vicinanza con gli amministratori hanno posto le premesse per “una partecipazione critica e consapevole” e per questo più “esigente”. La democrazia elettronica dunque, per Rotodà, è prima di tutto un luogo di produzione e diffusione di conoscenza.
Questa dimensione si presenta anche però, come la porta per accedere alla dimensione globale, dove esercitare ulteriormente le opportunità di partecipazione. Il “diritto ad Internet” interroga le amministrazioni locali e si presenta come un aspetto essenziale della cittadinanza elettronica.
La speranza di un futuro pieno di efficienza amministrativa, è stato sottolineato, non deve distoglierci da alcune problematiche. Innanzitutto il moltiplicarsi di strumenti di controllo sempre più invasivi e capillari. Il rischio concreto che l’e-government, l’amministrazione elettronica, possa evolversi senza tener conto della contemporanea compressione di diritti individuali e collettivi, “motivata con esigenze di efficienza o di sicurezza”.
Occorre sempre ricordare, ha precisato Rotodà, che “non si può costruire una partecipazione separata da un rigoroso rispetto di tutti i diritti dei partecipanti. Non è possibile separare la questione dell’e-government da quella dell’e-democracy.”
“Non si può - ha infine concluso Rotodà - in nome dell’efficienza, modellare il rapporto tra le amministrazioni e i loro cittadini adottando il solo criterio della “soddisfazione del consumatore” o seguendo la via pericolosa di grandi collegamenti tra le banche dati in mano pubblica”. Un esplicito riferimento al recente protocollo d’intesa firmato dai Ministri del nuovo Governo Prodi per unificazione della rete della P.A.

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